Nel mare di anime che hanno definito un’epoca – da Akira a Evangelion – esistono opere che, pur essendo tecnicamente straordinarie e narrativamente devastanti, non riescono a conquistare il posto che meritano nell’immaginario collettivo. Jin-Roh – Uomini e Lupi, uscito nel 1999 e diventato col tempo un cult silenzioso, è uno di quei casi emblematici: un film che unisce la potenza di un thriller politico alle inquietudini di una distopia credibile, senza mai sacrificare profondità emotiva o raffinatezza visiva.
Ambientato in un Giappone alternativo degli anni ’50, dove la Germania nazista ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e trasformato il paese in un regime oppressivo, Jin-Roh costruisce un mondo cupo e stratificato, in cui il confine tra ordine e violenza è ormai indistinguibile. In questo clima di paura e insurrezione, la feroce unità paramilitare Kerberos reprime ogni forma di dissenso. È in questo scenario che la vita dell’agente Kazuki Fuse viene stravolta quando, incapace di uccidere una giovanissima terrorista, assiste impotente al suo suicidio. Da quel momento, tutto ciò in cui credeva inizia a sgretolarsi.
La storia prende una piega ancora più tormentata quando Fuse incontra Kei, una donna che sostiene di essere la sorella della ragazza morta. Il loro legame, costruito su reciproci inganni destinati a diventare sentimenti autentici, lo trascina dentro un gioco di potere ancora più oscuro. Jin-Roh racconta proprio questo: cosa significa restare umani in un sistema che ti chiede di smettere di esserlo.
Nonostante faccia parte dell’ampio universo narrativo della Kerberos Saga ideata da Mamoru Oshii, il film funziona magnificamente anche come opera autonoma. Ed è anche una testimonianza della visione di Oshii, pur non essendo diretto da lui: la regia è del suo fidato collaboratore Hiroyuki Okiura, mentre Ghost in the Shell, allora in produzione, influenzò profondamente lo stile visivo e le scelte produttive di Jin-Roh, trasformandolo da OVA in un film cinematografico.
Visivamente, l’opera rimane impressionante: l’animazione tradizionale della Production I.G. restituisce una cupezza quasi tattile, un realismo soffocante in cui ogni ombra racconta un presagio. Le armature dei Kerberos, i movimenti lenti dei personaggi, il modo in cui la città respira un senso di oppressione costante: tutto contribuisce a un’esperienza che, ancora oggi, resta tra le più potenti del cinema d’animazione giapponese.
Il film non offre speranza, né soluzioni morali. Nessuno è davvero innocente, nessuno è del tutto colpevole. La politica soffoca, i ribelli tradiscono, lo Stato uccide, e gli individui — come Fuse e Kei — diventano pedine sacrificabili in una scacchiera che non possono controllare. È proprio questa mancanza di consolazione, questa crudezza emotiva, a rendere Jin-Roh così attuale 26 anni dopo. In un’epoca in cui le distopie sono tornate al centro del dibattito culturale, il film di Okiura e Oshii appare più profetico che mai.
Ancora oggi, Jin-Roh rimane un’opera disturbante, lirica e profondamente politica. Un film che non cerca il consenso del pubblico, ma la sua inquietudine. Un thriller distopico che, pur essendo raramente citato tra i giganti degli anni ’90, continua a essere uno dei loro più preziosi segreti.
Fonte: CBR
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