3 Ottobre 2026 0:27
VISIONEDIGITALE / STORIE02.10.2026

Tether e Iran, il rapporto USA: USDT sarebbe diventato una linfa finanziaria per aggirare le sanzioni

Un’indagine della Permanent Subcommittee on Investigations del Senato americano accende i riflettori su Tether. Secondo l’analisi, l’84% di 846 wallet collegati all’Iran o ai suoi alleati avrebbe utilizzato prevalentemente USDT. Tether replica ricordando di aver contribuito nel 2026 al congelamento di quasi 550 milioni di dollari riconducibili a soggetti legati all’Iran.

Una stablecoin nata per offrire nel mondo delle criptovalute qualcosa di molto simile a un dollaro digitale sarebbe diventata anche uno degli strumenti utilizzati per muovere denaro fuori dai circuiti finanziari tradizionali colpiti dalle sanzioni internazionali.

È quanto emerge da un nuovo rapporto realizzato dagli investigatori democratici della Permanent Subcommittee on Investigations (PSI) del Senato statunitense e pubblicato il 28 settembre 2026.

Al centro dell’indagine c’è Tether e la sua stablecoin USDT, il token ancorato al dollaro che rappresenta uno degli strumenti più utilizzati dell’intero ecosistema crypto.

Secondo l’analisi, USDT avrebbe assunto un ruolo particolarmente importante all’interno della cosiddetta shadow banking network iraniana, una rete di strumenti e intermediari utilizzata per trasferire fondi nonostante le restrizioni che limitano l’accesso dell’Iran al sistema finanziario internazionale.

Cosa ha scoperto l’indagine americana

Gli investigatori hanno analizzato i dati blockchain relativi a 846 wallet di criptovalute che erano stati sanzionati oppure indicati in provvedimenti di sequestro per collegamenti con l’Iran e con organizzazioni regionali sostenute da Teheran.

Il dato più significativo riguarda proprio USDT.

Secondo il rapporto, l’84% di questi wallet avrebbe effettuato transazioni esclusivamente o quasi esclusivamente utilizzando Tether.

I wallet analizzati sarebbero stati coinvolti in attività differenti, compresi movimenti di denaro dentro e fuori dall’Iran e operazioni riconducibili, secondo gli investigatori, anche al sostegno del rial iraniano in presenza delle sanzioni statunitensi.

È però importante interpretare correttamente questo numero.

Non significa che l’84% delle transazioni iraniane avvenga tramite Tether.

Il campione riguarda 846 wallet già individuati dalle autorità americane o israeliane perché collegati all’Iran o ad attività considerate illecite.

È quindi un insieme molto specifico di indirizzi blockchain, non una fotografia di tutto il sistema finanziario iraniano.

Perché proprio USDT?

Per capire il fenomeno bisogna prima comprendere cosa rende Tether così utile.

USDT è una stablecoin, cioè una criptovaluta progettata per mantenere un valore molto vicino a quello del dollaro statunitense.

In teoria:

1 USDT ≈ 1 dollaro.

Questo risolve uno dei principali problemi delle criptovalute tradizionali.

Bitcoin, Ethereum e altri asset possono registrare variazioni di prezzo significative anche nel giro di poche ore. Una stablecoin permette invece di trasferire valore sulla blockchain mantenendo un’unità di conto relativamente stabile.

Il risultato è una sorta di dollaro digitale trasferibile attraverso reti blockchain.

Ed è proprio questa caratteristica a renderlo particolarmente utile anche nei Paesi nei quali l’accesso diretto al dollaro o al sistema bancario internazionale è difficile.

Il problema delle sanzioni contro l’Iran

Da anni gli Stati Uniti limitano fortemente l’accesso dell’Iran al sistema finanziario internazionale attraverso un vasto regime di sanzioni.

Le restrizioni rendono molto più difficile utilizzare banche occidentali, effettuare determinate transazioni in dollari e accedere normalmente ai circuiti finanziari internazionali.

Le criptovalute introducono però un elemento nuovo.

Per trasferire USDT non è necessariamente necessario effettuare un bonifico attraverso una banca tradizionale.

È possibile spostare i token da un wallet blockchain a un altro.

Questo non rende automaticamente anonima o irrintracciabile una transazione — le blockchain pubbliche registrano anzi permanentemente gli spostamenti — ma può permettere di aggirare alcuni degli intermediari finanziari tradizionali sui quali vengono applicate le sanzioni.

È qui che nasce il problema evidenziato dagli investigatori statunitensi.

Dall’Iran ai gruppi regionali

Secondo il rapporto PSI, la rete finanziaria basata sulle criptovalute non sarebbe stata utilizzata esclusivamente per trasferire denaro legato all’economia iraniana.

Gli investigatori sostengono di aver individuato collegamenti con organizzazioni sostenute dall’Iran e con operazioni riguardanti anche l’acquisto o la vendita di droni e altro materiale militare.

Il senatore democratico Richard Blumenthal, che guida la minoranza della commissione investigativa, sostiene che USDT sia diventato un elemento importante del sistema finanziario parallelo iraniano e ha chiesto ai Dipartimenti statunitensi del Tesoro e della Giustizia di esaminare le pratiche di Tether in materia di antiriciclaggio e rispetto delle sanzioni.

Si tratta, è bene sottolinearlo, delle conclusioni e delle richieste contenute nell’indagine guidata dagli esponenti democratici della commissione.

Non equivalgono a una sentenza né dimostrano automaticamente una violazione della legge da parte di Tether.

L’accusa più delicata per Tether

Il punto forse più problematico del rapporto riguarda la gestione degli indirizzi sospetti.

Secondo gli investigatori, prima del 2024 Tether non avrebbe bloccato in maniera sistematica i wallet indicati dalle autorità antiterrorismo e ancora oggi non interverrebbe sempre preventivamente contro indirizzi ritenuti chiaramente illeciti.

La conseguenza, secondo il rapporto, sarebbe stata la creazione di un ambiente nel quale USDT risultava particolarmente conveniente per soggetti intenzionati a spostare denaro fuori dai normali circuiti finanziari.

Il rapporto cita inoltre il progressivo passaggio di alcune organizzazioni dall’utilizzo di Bitcoin e altre criptovalute verso USDT.

La risposta di Tether: “Abbiamo congelato quasi 550 milioni”

Tether respinge però l’idea che USDT rappresenti una zona franca per organizzazioni criminali o soggetti sottoposti a sanzioni.

La società ha ricordato di collaborare con le autorità statunitensi e internazionali e ha dichiarato che nel solo 2026 ha contribuito al congelamento di quasi 550 milioni di dollari in USDT collegati all’Iran.

L’amministratore delegato Paolo Ardoino ha sostenuto che USDT non sia un rifugio per soggetti sanzionati, organizzazioni terroristiche o reti criminali.

Tether afferma inoltre che la propria collaborazione con le forze dell’ordine abbia contribuito a migliaia di indagini internazionali.

La società può infatti intervenire direttamente sugli indirizzi che possiedono USDT inserendoli in una blacklist, impedendo così ai token presenti in quei wallet di essere trasferiti.

Ed è una differenza fondamentale rispetto a Bitcoin.

Tether non è Bitcoin

Quando si parla di criptovalute si tende spesso a considerarle tutte equivalenti.

Non lo sono.

Bitcoin è una rete decentralizzata nella quale non esiste un’azienda capace di congelare unilateralmente le monete contenute in un indirizzo.

USDT funziona diversamente.

Tether è l’emittente del token e mantiene strumenti tecnici che permettono di bloccare determinati indirizzi.

Questo produce una situazione quasi paradossale.

La blockchain permette di trasferire rapidamente denaro in tutto il mondo senza utilizzare necessariamente le infrastrutture bancarie tradizionali.

Ma l’emittente della stablecoin conserva contemporaneamente un certo livello di controllo sui token.

Ed è proprio su questa capacità che si concentra parte del dibattito americano.

Se Tether può congelare un wallet, la domanda diventa inevitabile:

quando dovrebbe farlo?

E soprattutto: quanto rapidamente dovrebbe intervenire dopo che un indirizzo viene collegato a un soggetto sanzionato?

Il lato che spesso dimentichiamo delle blockchain

C’è però un altro elemento interessante.

Utilizzare criptovalute non significa necessariamente diventare invisibili.

Anzi.

Bitcoin, Ethereum e Tron utilizzano blockchain pubbliche sulle quali le transazioni possono essere analizzate anche a distanza di anni.

È proprio grazie alla cosiddetta blockchain analysis che investigatori e società specializzate possono cercare di ricostruire i flussi tra migliaia di wallet.

Il rapporto del Senato americano nasce infatti dall’analisi forense dei dati registrati sulle blockchain.

È uno dei grandi paradossi delle criptovalute.

Possono permettere di trasferire denaro senza utilizzare una banca.

Ma lasciano contemporaneamente una traccia digitale permanente.

Il difficile non è vedere la transazione.

È capire chi controlla realmente gli indirizzi coinvolti.

La guerra finanziaria passa anche dalle stablecoin

Il caso Tether mostra soprattutto quanto sia cambiato il concetto stesso di sanzione economica.

Per decenni il controllo del sistema finanziario internazionale ha permesso agli Stati Uniti di esercitare una pressione enorme sui Paesi esclusi dal sistema bancario occidentale.

Gran parte del commercio internazionale passa infatti dal dollaro e da intermediari finanziari che devono rispettare la normativa americana.

Le stablecoin introducono ora una possibile strada alternativa.

USDT mantiene il valore del dollaro, ma può circolare sulle blockchain.

In altre parole, permette di utilizzare una rappresentazione digitale del dollaro senza necessariamente muovere veri dollari attraverso una banca ad ogni transazione.

Per governi, società e cittadini che operano in economie fortemente sanzionate si tratta di uno strumento estremamente potente.

Ed è precisamente per questo che Washington sta prestando sempre maggiore attenzione alle stablecoin.

Non è solo un problema di Tether

Ridurre tutto a “Tether finanzia l’Iran” sarebbe però una semplificazione eccessiva.

Una valuta o un’infrastruttura di pagamento può essere utilizzata per finalità perfettamente legittime oppure per attività illegali.

Lo stesso vale per contanti, conti bancari, Bitcoin e stablecoin.

La questione sollevata dal rapporto americano è diversa.

Quando esiste un soggetto centrale capace tecnicamente di bloccare determinati fondi, quali responsabilità deve avere quell’azienda nel contrastare l’utilizzo illecito della propria infrastruttura?

È una domanda destinata a diventare sempre più importante.

Perché Tether non è più un piccolo esperimento del settore crypto.

USDT è oggi la più grande stablecoin legata al dollaro e rappresenta una delle infrastrutture fondamentali attraverso cui passa la liquidità dell’ecosistema delle criptovalute.

Il vero tema: chi controlla i dollari digitali?

La vicenda iraniana apre quindi un problema molto più grande.

Le stablecoin stanno creando un’infrastruttura finanziaria globale che vive contemporaneamente dentro e fuori il sistema bancario tradizionale.

Hanno il valore del dollaro.

Circolano sulle blockchain.

Possono essere trasferite in pochi minuti tra Paesi diversi.

E nel caso di stablecoin centralizzate come USDT, esiste comunque un’azienda in grado di intervenire.

La questione non riguarda quindi soltanto Tether o l’Iran.

Riguarda il futuro stesso del denaro digitale.

Se stablecoin come USDT continueranno a crescere, governi e autorità dovranno stabilire sempre più chiaramente dove finisca la neutralità tecnologica e dove inizino gli obblighi dell’emittente.

Il rapporto americano del 28 settembre non chiude questa discussione.

Probabilmente la rende soltanto molto più difficile da ignorare.

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