Alcuni articoli sono più difficili da scrivere di altri. Bisogna trovare le parole giuste, scivolare è un attimo. Questo è uno di quelli. Non tanto per la complessità dell’argomento, ma perché tocca un tema che solitamente si tende a non trattare nel quotidiano, figuriamoci sulle pagine di un sito che si concentra su tecnologia e innovazione. Invece lo facciamo, perché la tecnologia e l’innovazione non conoscono tabù né vergogne, nemmeno quando l’oggetto è rappresentato dalle funzioni corporee. Lo abbiamo fatto segnalando l’arrivo di una videocamera da mettere nel water, lo facciamo ora per quello che punta alle mutande.
Come funziona Smart Underwear
Smart Underwear è il nome piuttosto elegante del piccolo dispositivo che si aggancia alla biancheria intima e analizza i gas intestinali espulsi. Un lavoraccio, sia chiaro, ma svolto da un impassibile sensore elettrochimico che rileva idrogeno e altre componenti. L’obiettivo non è far sentire in colpa chi lo indossa per aver mangiato pesante, ma fornire informazioni sull’attività interna, trasmettendole in modalità wireless.

A descrivere l’apparecchio è un articolo accademico pubblicato su Biosensors and Bioelectronics: X (link a fondo articolo). Fa riferimento a quello che è il principale vantaggio di questo approccio: è un metodo non invasivo, a differenza di tutti gli altri al momento impiegati in ambito clinico. Ed è più preciso rispetto a quelli che richiedono al paziente di eseguire il monitoraggio in autonomia.
I primi test: 32 eventi al giorno
Il primo test eseguito ha coinvolto 19 adulti senza particolari problemi pregressi, ai quali è stato chiesto di indossare Smart Underwear per una settimana durante il giorno. Non esattamente un campione esteso, ma che ha già permesso di rilevare una prima sostanziale differenza rispetto a quanto riporta la letteratura medica, con una media di eventi quantificata in 32 a testa, spaziando da un minimo di 4 a un massimo di 59. Ora il team responsabile chiede la partecipazione a nuovi volontari, ma solo negli Stati Uniti. L’iniziativa fa parte di uno studio più ampio sull’argomento chiamato Human Flatus Atlas.
E chissà che scriverne o leggerne, senza preconcetti, non possa essere l’occasione per iniziare a pensare di prendersi cura di una parte di noi che di norma ci provoca imbarazzi, ma che se ignorata può portare a conseguenze anche molto gravi.

