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Lo shotdown USA tarpa le ali alla CISA









Feb 16, 2026
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Il blocco delle attività del Department of Homeland Security scattato alle 00:01 del 14 febbraio 2026 non spegne CISA, ma la costringe a lavorare con un organico drasticamente ridotto.

In pratica l’agenzia resta in piedi solo per le funzioni considerate “essenziali” dall’Antideficiency Act, con 888 persone attive su 2.341, circa il 38% della forza lavoro. Il risultato è un paradosso operativo: la cybersecurity federale continua, ma con capacità e velocità inevitabilmente inferiori, mentre l’esposizione a campagne ransomware e sfruttamento massivo di vulnerabilità rimane costante.

Il vincolo legale non riguarda la possibilità materiale di lavorare, bensì il fatto che, senza stanziamenti del Congresso, i dipendenti non possano essere retribuiti e l’agenzia non possa avviare o proseguire attività non “eccezionali”. In termini concreti, molti lavoratori vengono messi in congedo forzato, mentre una quota rimane operativa (senza paga) nelle aree ritenute indispensabili a proteggere vita umana, proprietà e sicurezza nazionale. Questo meccanismo crea una tensione strutturale: la risposta agli incidenti resta formalmente possibile, ma la resilienza dipende da un perimetro di attività ristretto e da persone che devono garantire continuità in condizioni anomale.

La “collateral damage zone”: perché CISA paga il prezzo della politica

Nel racconto di queste ore, CISA finisce nel ruolo di danno collaterale. Alcune componenti del DHS restano di fatto meno coplpite dalla chiusura, mentre CISA deve selezionare cosa mantenere acceso e cosa rinviare. La conseguenza per chi fa sicurezza è immediata: meno team disponibili, meno progetti nuovi, più triage e più rinunce. E quando la gestione si sposta dalla pianificazione alla sopravvivenza operativa, il rischio più concreto non è solo “fare meno”, ma fare più lentamente ciò che conta di più.

Il testo chiarisce che i dipendenti mandati a casa possono essere richiamati se emerge un’esigenza riconducibile alle eccezioni previste: incidenti con impatto su infrastrutture critiche, minacce su larga scala, sfruttamento esteso di una falla capace di colpire sistemi strategici. L’esempio implicito è quello di eventi “sistemici”, come campagne ransomware su settori vitali o ondate di exploitation comparabili a quanto visto con log4j. In pratica, però, questi richiami sarebbero probabilmente chirurgici: verrebbero riattivati solo i gruppi con competenze specifiche sullo scenario in corso e anche loro opererebbero senza retribuzione.

KEV Catalog: luce accesa, ma con meno “bulbi” operativi

Tra i servizi destinati a rimanere in vita c’è il Known Exploited Vulnerabilities Catalog, diventato negli anni una sorgente di riferimento non solo per le agenzie federali, ma anche per SOC e vulnerability management di mezzo mondo. La parte cruciale è che il catalogo resta online e, se compare una vulnerabilità attivamente sfruttata con potenziale impatto su vita, proprietà o sicurezza nazionale, l’aggiornamento rientra con buona probabilità nel perimetro “eccezionale”. Il funzionamento del KEV soffre particolarmente questa situazione perché dietro una nuova voce nel catalogo non c’è un semplice copia-incolla di un CVE. Serve verificare lo sfruttamento, comprendere il contesto d’attacco, valutare disponibilità e qualità della patch o delle mitigazioni, coordinarsi con agenzie e stakeholder. Con una forza lavoro ridotta, la priorità tenderà a spostarsi verso gli eventi più urgenti e con exploitation in corso. Questo implica un effetto collaterale importante: l’inserimento o il “recall” di vulnerabilità più datate, pur sfruttate in passato o riemerse in nuove catene d’attacco, rischia di slittare. Per chi gestisce remediation a livello enterprise, la conseguenza è pratica: il segnale KEV potrebbe arrivare più tardi e quindi più tardi potrebbero allinearsi patching e compensating controls.

Inoltre, un conto è tenere disponibile il catalogo, un altro è far sì che chi è obbligato ad adeguarsi lo faccia davvero. Il testo suggerisce che le attività di enforcement e di “sollecito” sulla conformità potrebbero non rientrare tra le operazioni che continueranno a funzionare. In uno scenario del genere, la pressione organizzativa sulle realtà soggette agli obblighi si indebolisce e la compliance rischia di diventare più “volontaria” che guidata. Dal punto di vista della postura di sicurezza, è un passaggio delicato: il valore del KEV non è solo informativo, ma anche disciplinare perché impone priorità e tempi. Se la sorveglianza si attenua, cresce il rischio di backlog e di esposizione prolungata.

Non è “solo pubblico”: perché il settore privato globale deve ascoltare

È vero che la missione primaria di CISA è innalzare il livello di sicurezza delle agenzie federali e, per estensione, dell’ecosistema critico. Ma oggi KEV viene usato come strumento quotidiano da team di sicurezza ovunque, perché offre un criterio pragmatico: “questa vulnerabilità è sfruttata davvero, quindi va trattata come prioritaria”. Anche con l’agenzia in modalità ridotta, il KEV resta un riferimento globale e continuerà a influenzare triage, patch windows, decisioni di compensazione e metriche di esposizione. Il problema è la latenza: se l’informazione arriva più tardi, le aziende potrebbero scoprire più tardi che stanno inseguendo un rischio già diventato attivo.






















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