Una giornata a NoLo con i Brucherò nei pascoli per vedere il capitalismo prenderci per il culo

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Per percorrere tutta Milano da Sud a Nord in motorino ci vogliono 40 minuti, che possono diventare qualcuno di più o di meno a seconda dell’orario. Si lasciano i palazzi di mattoni della Barona e sei già lungo il Naviglio, poi la circonvallazione interna con le polveri della nuova metro in via di collaudo, l’haute couture di corso Venezia e il fast fashion di Buenos Aires. In un attimo ho già piazzale Loreto alle spalle. 

40 minuti di sorpassi avventati e merda nei polmoni per attraversare la città da periferia a periferia. Mentre questo avviene, non riesco a fare a meno di pensare al post che il sindaco di questa città Beppe Sala – l’ex super manager di “sinistra” che fa i cameo nei video dei rapper e gira i quartieri con le influencer – ha pubblicato poche ore dopo le elezioni europee. Mostrava una mappa di Milano per rivendicare il successo senza prigionieri della coalizione di cui fa parte, trionfante in tutte quante le zone e non solo in quella “ztl” che è accusato di rappresentare.

Numeri davvero impressionanti, soprattutto se messi a confronto con il resto del Paese e con la storia di questa metropoli. Che, oltre ad allevare il fascismo, il craxismo e il berlusconismo, è stata fino a pochi anni fa il feudo di personaggi come Albertini, Formigoni e Moratti. Forse il Pd è ancora il partito della ztl, solo che nel frattempo, a furia di alzare il livello e di “espellere” persone, tutta quanta la città è diventata un’area ad accesso limitato.

Simili pensieri mi ronzano in testa mentre passo il ponte di via Padova e parcheggio la moto davanti a Tropicale, un posto di cucina dello Sri Lanka che gode di ottimo credito in zona. Lì a fianco c’è il Bar Adriana, sede del mio puntello con i Brucherò nei pascoli. Questo posto conta parecchio per Davide, Stefano e Niccolò, tanto che gli hanno dedicato il loro primo ep. Bar Adriana, appunto. Da allora si sono imposti come una delle voci più potenti e legittimamente incazzate della città, i “nostri Sleaford Mods”.

“Il nome Nolotov è saltato fuori durante una call, ed è stato evidente a tutti sin da subito che era perfetto”, dice Davide. Parla del loro ultimo Ep, il motivo per cui mi sono spinto fino nel profondo Nord. Nolotov è composto di due tracce, Gesù bambinoeCracco, esplosive come sempre. Anzi, più di sempre, grazie alla produzione di un capo come Crookers

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“Siamo fan di Phra da sempre, siamo cresciuti con la sua roba e non è un modo di dire”, aggiunge Davide nel dehor del Bar Adriana, davanti al primo bianchino di giornata. “Un giorno ci ha contattato su Instagram dicendo che eravamo parecchio stonati e che gli piaceva la nostra merda. Stava lavorando al disco di Gato Tomato, in cui abbiamo fatto un feat., e ci ha invitato in studio. Eravamo talmente eccitati che mi sono ubriacato da far cagare e gli ho distrutto il cesso, dove per altro mi ero addormentato. Il giorno dopo mi sono presentato con una nuova tavoletta e la cassetta degli attrezzi. Phra mi ha fatto sentire in colpa per un po’ di tempo, ma poi ci siamo messi a registrare”. 

I due brani erano già nella testa della band da un annetto. Da tempo sentivano l’esigenza di mettere a fuoco la situazione che si trova a vivere la gente del quartiere in cui tutti e tre sono nati e cresciuti. E dove hanno vissuto fino a che hanno potuto permetterselo. “Questo quartiere è una sintesi brutale delle contraddizioni della città, che corre veloce e relega ai margini chi non ce la fa. Il nostro è un urlo di frustrazione e di sfiducia nei confronti di chi comanda e pare fottersene di tutto questo” dice Stefano. 

NoLo è un “quartiere inventato”, una specie di triangolo che parte da piazzale Loreto e che comprende il rilievo ferroviario della Stazione Centrale, una metà di viale Monza fino quasi a Turro e via Padova. Una dozzina di anni fa un gruppo di grafici e direttori creativi ha iniziato a usare l’acronimo, che sta per North of Loreto, e da quel momento tutto quanto è cambiato. Giornali e guide hanno preso a parlare di NoLo, locali “carini” hanno aperto pure nelle viette laterali, i vecchi graffiti scrostati hanno lasciato il posto a nuovi murale benedetti dall’amministrazione. I prezzi degli immobili sono saliti alle stelle: secondo l’ultimo studio di Immobiliare.it la zona Pasteur-Rovereto è quella in cui negli ultimi otto anni il costo delle case è salito di più, +80 per cento.

Davide ricorda, anche se non a memoria, un adesivo che aveva visto fuori dal Leoncavallo, e che a suo modo era stato premonitore. “Diceva una cosa tipo: ‘Nolo è il quando i poveri vogliono fare i ricchi e si alzano i prezzi da soli’”. È quello di cui parlano i due brani dell’Ep. NoLo è maquillage. Una finta “pulizia”, che in realtà è solo spazzare la polvere sotto il tappeto, operata per di più “da gente della nostra estrazione sociale: tutti maschi, bianchi, tutti con lavori più o meno creativi, tutti che si dichiarano di sinistra”. È il fenomeno noto come gentrificazione, sempre diverso e sempre uguale a sé stesso. “In Isola è capitata la stessa cosa 10 o 15 anni fa, lo stesso stanno vivendo gli abitanti di Napoli e di tantissime altre città del mondo, che finiscono ogni giorno per assomigliarsi un po’ di più”. Le ricette per fare soldi, d’altra parte, sono sempre le stesse. 

Siamo gli unici che parlano in italiano tra i tavolini del Bar Adriana. Quando Astrid Ardenti – la fotografa che segue da sempre la band e che ha realizzato questo reportage fotografico per noi – tira fuori la macchina, Sofi e Giulio, i due proprietari di origine cinese, si ritraggono. Non sono tipi da foto. E nemmeno da feste. “Bar Adriana è il posto in cui questa avventura è nata, perché è su questi tavolini che ci siamo inventati il gruppo. Era normale dedicare il nostro primo Ep a questo posto. Poi però qua cerchiamo di mantenere, per quanto ci risulta possibile, un basso profilo. Infatti il video del singoloBar Adriana lo abbiamo girato alla Circolo Cerizza di Crescenzago”. Chiedo ai tre se i proprietari li hanno ringraziati per avergli dedicato la loro opera. “No, ringraziato non direi. Non è nel loro stile”. 

L’esistenza di posti così, e di realtà come i Brucherò nei Pascoli (date un occhio qua se volete conoscerli meglio), a qualcuno potrebbe persino parere folklore, una roba a metà tra la tough life dei rapper americani e il mito del buon selvaggio. Ma non lo è affatto, questa roba assomiglia soltanto alla vita a differenza di molta della merda ricamata che ci ciucciamo ogni giorno. “Io mi metto nei panni di chi arriva qua a 20 anni da un posto di provincia dove non succede mai un cazzo. Ti ritrovi in un contesto come NoLo, con le presentazioni, i party, le serate di ogni tipo, e dici ‘wow, che figata’. Ci sta, ma dipende sempre dalla tua prospettiva di osservazione della realtà. Se di anni ne hai 40 e non hai la casa di proprietà magari sei meno felice”, dice Davide, che vive a pochi passi da qua (“grazie a una botta di culo: ho comprato un monolocale poco prima che i prezzi impazzissero”) ed è da sempre attivo nell’organizzazione di eventi culturali con l’associazione Tafano

“Nel 2017 facevo un cineforum in via Padova negli spazi di On-Off, uno di quei posti che si sbatte per portare un’offerta diversa e di qualità, senza fare troppi proclami. A un certo punto mi chiedono un’intervista e il giornalista mi dice una cosa tipo ‘che bello cheporti cultura nel quartiere’. ‘Io non porto proprio un cazzo’ gli rispondo. È il quartiere che rende interessante quello che facciamo, è la sua identità multiculturale, la sua autenticità a rendere vero e di valore il nostro lavoro. Non il contrario”. 

Ci incamminiamo. Passiamo davanti a uno dei palazzoni simboli di quello che su Rete 4 verrebbe descritto come degrado. Le cassette delle lettere sono attaccate fuori, alla ringhiera: meglio non entrare dentro, soprattutto se c’è da consegnare qualche atto ufficiale. Passiamo davanti a Metropolis, storico negozio di dischi della zona. “Io sono cresciuto con il rap, i Dogo e la scena torinese tipo gli ATPC. Il primo disco che ho avuto tra le mani è stato di Fritz da Cat” spiega Stefano, che è nato in via sire Raul e, dopo un breve esilio in zona Abbiategrasso, ora sta a Crescenzago (in attesa che il “progresso” arriva a prenderlo anche lì).

Qua dietro c’èvia Pontano, dove c’era lo storico muro della TDK, uno dei primi a poter essere pittati liberamente. Anche i primi graffiti della Spaghetti Funk, immortalati sui dischi degli Articolo 31, sono apparsi qua. “Io invece a Metropolis a un certo punto compravo vinili jazz”, ricorda Davide. “La prima volta che sono entrato a chiederne uno, il proprietario mi ha detto che per cominciare dovevo ascoltareKind of Blue. Una robetta proprio”. 

Arriviamo a un altro luogo simbolo, il Parco Trotter. “Qui a fianco hanno aperto un locale. Per farlo hanno tirato su delle inferriate in una zona che prima era di tutti (e soprattutto dei trans che lavorano qua in zona), e ora non vedi uno straniero neanche a pagarlo. Però il parco rimane una specie di miraggio. Un’utopia che si realizza”. Al momento è chiuso, non c’è modo di attraversarlo. Dentro c’è lezione. Come suggerisce il nome, quest’area dal 1906 al 1924 ha ospitato l’ippodromo del trotto (poi spostato a San Siro), oltre a una pista per auto e moto. Poi il Comune di Milano costruì una scuola per bambini a rischio tubercolosi, chiamata Casa del Sole, una specie di “scuola diffusa” in cui le aule sono in una serie di padiglioni dislocati nel parco, che fungeva da grande cortile. Tutto è ancora così, un esperimento unico nel suo genere.

“Io ho lavorato un anno qua come insegnante, ed è stata una delle esperienze più belle della mia vita” spiega Davide. “Il pomeriggio, dalle 16.30, i cancelli del parco vengono dischiusi e la cittadinanza lo condivide con l’istituto. La scuola incontra il quartiere, dove ci sono cose buone e cose meno buone. Ma è questo il bello: l’idea che ci si debba aprire al mondo e non chiudersi, anche se ci sono cose che non vanno”.

 

Essendo questo un quartiere ad alto tasso di immigrazione, i 20 studenti di Davide erano quasi tutti nati fuori dai confini oppure di seconda generazione. Uno di loro, Marco Wang, è diventato la star di uno dei primi videoclip della band, Morale. “Era un bambino super problematico, tipo che a otto anni spaccava tutto ma per davvero. Non riusciva a parlare italiano, quindi aveva una lavagnetta con i magneti a forma di lettera per provare a formare qualche parola. Un giorno torno in classe dopo l’intervallo e lui ha scritto ‘Messia, Messia, Messia’. Gli chiedo perché e mi dice ‘Perché è dove abito io: via Arquà’. Cioè lui credeva di aver scritto ‘via Arquà’, che per altro è la via dello spaccio e della prostituzione della zona, e invece aveva scritto ‘Messia’. Anche Gesù si era reincarnato in un bambino, per altro statisticamente ci sta che se ritornasse oggi sarebbe cinese”. 

Siamo quasialla fine di via Padova. A parte un po’ di lavori in corso per allargare il marciapiede, penso che non sia poi così diversa da quando la frequentavo per documentare le “rivolte” che qua si verificarono nel 2010 dopo l’uccisione di un 19enne egiziano e che fecero parlare di “far west” a tutti i tg. Solo è cambiata la narrazione, e di conseguenza il valore del mattone. Poco prima della Rotonda passiamo davanti a un locale che conosciamo bene: “Il Mago del Gelato”, recita l’insegna bianca e verde. È quello che ha dato il nome all’omonima band, una delle realtà più fighe tra quelle emerse negli ultimi tempi con il loro afrobeat made in Milano. 

Come in un sogno, o meglio come in un episodio crossover di qualche serie tv, ecco che i ragazzi del Mago del Gelato appaiono sul marciapiede di fronte. Astrid decide di scattare una foto tutti assieme: Brucherò nei gelati o Il mago dei pascoli? Lo studio della band, La Sabbia, d’altra parte è proprio lì di fronte e Il Mago del Gelato (come avevamo raccontato qua) è una formazione che di tempo in studio ne passa parecchio. Lo stesso vale per i BR, anche se sono musicisti di un altro tipo. “Diciamo pure che non siamo musicisti: è Nic l’unico vero musicista”, dicono gli altri due. 

Niccolò aveva uno studio in viale Monza, che paradossalmente si chiamava Nolo Recording Studio. Dopo averci fatto parecchi lavori, però, l’ha venduto. Ora lavora da casa, a Cologno. “Sono andato fuori città perché i prezzi in questa zona, in cui mi sono trasferito da ragazzino dalla Val Chiavenna, non erano più gestibili. Alla scadenza del contratto del mio bilocale mi hanno chiesto quasi 500 euro in più. Infattibile, soprattutto dopo il Covid”, spiega, prima di raccontarmi del recente lavoro fatto assieme a un altro local hero come Ceri (per altro resident al Q21, sempre in zona via Padova), che ha voluto il trio tra i remix del suo Suono di Milano Nord

Prendiamo via dei Transiti e ci appare davanti viale Monza, con la fermata della metro Pasteur. In mezzo alla carreggiata un parchetto, anch’esso recintato da alcuni anni, dopo le consuete denunce di “degrado” e “malaffare”. Qui c’è una delle occupazioni più longeve di Milano, il T28 (la T sta per Transiti). I muri sono tutti colorati, alcuni murale ossequiano i canoni del nuovo “realismo socialista”, altri sono invece un retaggio dell’ultima golden age dei centri sociali, tra ’90 e primi 2000. Grandi protagonisti sono Fausto e Iaio, militanti antifascisti uccisi nel 1978 nel Casoretto, quartiere limitrofo la cui narrazione non è (ancora) così scintillante. 

“Questo posto è un’oasi alternativa nel quartiere che sta cambiando. Ci siamo sempre venuti ai concerti e alle jam, e per questo abbiamo deciso di girare il video di Nolotov nella sala prove che c’è qua dentro. È uno spazio attivissimo, con il consultorio e l’ambulatorio popolare che fanno un’attività preziosissima per il quartiere. Gli appartamenti dati ai più bisognosi, su questo lato della strada, e la presenza costante nelle lotte per il diritto all’abitare. Loro, a differenza della gente sui social, non fanno chiacchiere. E col tempo c’è stato un grande ricambio generazionale”.

Nel video c’è anche chi attacca i manifesti dell’Ep che sono apparsi ovunque negli scorsi giorni in giro per il quartiere. “I ragazzi del T28 ancor prima di aver ascoltato il disco si erano offerti di darci una mano, che loro in queste cose sono bravi”. Una forma di guerrilla marketing per una buona causa: mandare affanculo la gentrificazione. “Poi abbiamo cominciato a inventare dei fake in cui Elodie o Max Pezzali si facevano fotografare vicino al poster e li abbiamo messi su Instagram. Ci sono cascati tutti: non puoi capire quanti messaggi ci hanno scritto per segnalarceli”.

Andiamo verso i binari della stazione ammirando la vetrina di un’attività che vende articoli per feste “latine” e ricordando il negozio di carte Pokemon che c’era dietro l’angolo. “Un giorno”, spiega Stefano, “ho visto un servizio al tg in cui dicevano che alcune valgono milioni. Sono corso in soffitta e ho aperto il baule trepidante: ‘le vendo e ci paghiamo il disco nuovo’, ho pensato. Le ho fatte quotare: la più pregiata vale un euro e venti”. 

Ci stiamo dirigendo verso le ultime tappe del nostro tour. Un tempo le vie in prossimità di Ferrante Aporti non erano affatto le più cool e “sicure” di Milano, com’è normale che sia per una zona che corre accanto ai binari della ferrovia. Oggi, invece, è cambiato tutto. Via Venini e piazza Morbegno sono piene di locali e studi creativi. Molti ne sono entusiasti, qualcuno un po’ meno. “Lui è uno dei più ‘nolotov’ di tutti”, mi dicono i Brucherò indicando il proprietario di un’enoteca, che ci racconta come la clientela di oggi sia molto peggiorata, ci sia più casino e meno senso di comunità. “Tanto poi danno tutti la colpa agli stranieri e non a chi si sta facendo i soldi su questa situazione”, dice.

“Io ho lavorato per un bel pezzo al Bar Tender, in piazza Morbegno: facevo il barista. Era un posto ok, con la gente del quartiere che aveva il credito aperto. Man mano che arrivava una nuova clientela i prezzi si alzavano. Tempo un anno e mezzo dei ragazzi del quartiere non è rimasto più nessuno, e me ne sono andato anche io”. Propongo loro il tema su cui mi arrovello sin dal viaggio in motorino. “Noi ci siamo cresciuti in mezzo alla strada”, dice Davide mentre attacca un adesivo Nolotov su un palo. “Che cazzo significa essere di sinistra se non ti occupi dei temi che stanno a cuore alla gente comune? Il lavoro, i trasporti, la sanità. Se è sempre tutto una questione di profitto. Il T28 è di sinistra, mica chi ci governa”. “Destra? Sinistra? Sarà populista, ma io faccio sempre più fatica a distinguermi le mani” aggiunge Stefano, che sta finendo una Moretti da 33. 

 

Siamo davanti al Beltrade. Come dice Google è un “piccolo cinema essenziale con un bancone per snack, famoso per i titoli indipendenti e i film d’essai”. Quello che non dice è che è attiguo alla parrocchia locale (ma questo non ci impedirà affatto di bestemmiare durante la nostra concitata conversazione sulla “sinistra che non c’è – cit. Baustelle – sul sagrato) e che per il quartiere rimane un punto di riferimento culturale imprescindibile, molto più attento ai contenuti che a pose e vernissage. 

“Tutti noi siamopieni di contraddizioni. In questo momento siamo dei lavoratori della cultura, quel terzo settore che NoLo se l’è inventato, con tutti i danni che questo ha comportato. Ci sentiamo dei privilegiati, anche se poi abbiamo sempre fatto altri lavori e continuiamo a farli, dal magazziniere all’insegnante o il cameriere. Quello che detestiamo è quando si identifica un valore, ad esempio la multiculturalità di via Padova, e se ne fa un mercato, ci si specula. In Gesù bambino parliamo anche di queste cose”. 

Siamo all’ultima tappa. AlBar Rondò, a differenza di Giulio e Sofi del Bar Adriana, i proprietari accettano di farsi fotografare. Astrid, che ci ha accompagnato silenziosa per tutto il tragitto, tira fuori per l’ultima volta la sua Polaroid e scatta. Qua poche settimane fa Davide, Niccolò e Stefano – assieme alla formazione al completo con cui suonano le poche volte che c’è la possibilità di fare qualcosa in full band – hanno portato dal vivo i pezzi di Nolotov in occasione del release party dell’Ep.

“È stato bellissimo, questo è un posto che amiamo. C’era un botto di gente, tutta fomentata. Abbiamo suonato i pezzi in anteprima, è stato un bordello. Poi però ci abbiamo ripensato e ci siamo detti: ‘Abbiamo fatto un cazzo di release party in un bar di NoLo’. È proprio vero che, per quanto tu voglia fare un discorso antagonista, il capitalismo si prende tutto”. 

“Sussume”, direbbe Karl Marx, la cui via nella capitale economica del Paese è stata “relegata” a Quarto Cagnino, per non disturbare gli aperitivi a 8 euro. Sono i giorni in cui i Dogo hanno portato al massimo livello il loro racconto di una città che forse oggi non c‘è più, ma che tanti non potranno mai dimenticare. Prima di salutare i Brucherò nei Pascoli, chiedo loro cosa vorrebbero lasciare al grande “romanzo di memorie collettive” su Milano che artisti e narratori di ogni tipo scrivono ogni giorno.

“Anche noi potremmo puntare ad andare in tv con indosso le Hogan che abbiamo preso al supermercato oppure dire che vogliamo fare i soldi per comprare casa a mamma. Ma sarebbe una cazzata. Preferiamo girare per il nostro quartiere e raccontare quello che vediamo. Anche quando ci verrebbe solo voglia di lanciare delle molotov”. 


L’articolo Una giornata a NoLo con i Brucherò nei pascoli per vedere il capitalismo prenderci per il culo di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2024-07-03 11:33:00





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