qua nessuno si è preso un bel niente

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Prima era stato Vasco Rossi, che con tutte le volte che è stato a San Siro potrebbe riscattarlo con canone agevolato (ma diciamolo piano che se no il sindaco ci pensa). Poi Sfera, protagonista dell’apogeo della trap, enfant prodige di quella “generazione 2016” che nel frattempo ha fatto i figli oltre ai platini. Stasera tocca ai Club Dogo, che dopo aver riempito i Forum come se fosse un baretto di Bovisio Masciago, approdano alla Scala del calcio (ma pure un po’ della musica). Poi sarà Max Pezzali, con il suo simpatico karaoke per 150mila persone. E ancora Zucchero e il ritorno del blues with a little help from Salmo, i Negramaro, la futura presidentessa degli Stati Uniti Taylor Swift

Nel clou di una stagione congestionatissima per i grandi live nelle grandi città, ecco i nomi di coloro che “si sono presi” o “si prenderanno” lo stadio più capiente e con il futuro più incerto d’Italia. E poi ci sono i Pinguini Tattici Nucleari o i Maneskin, che qua sono già stati e che qua torneranno. E ancora Tedua all’Ippodromo, Geolier a Napoli, Marra un anno fa con l’apoteosi Marrageddon e l’anno prossimo con il “primo tour del rap negli stadi”. Solo Bruce Springsteen non si è “preso nulla”, perché si è preso il mal di gola e non ha potuto suonare.

L’espressione non è nostra, ma un po’ di tutti quanti coloro che oggi raccontano la musica. Uffici stampa, pagine social più o meno popolari, testate varie. La narrazione della musica dal vivo oggi, quella di un certo calibro e che fa certi numeri, è colorata di cinquanta sfumature di conquista. Più o meno a reti unificate. 

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Non c’è nulla di male, chiaramente. E nemmeno ce la sentiamo di giurare che simile espressioni non siano uscite anche su Rockit, talmente sono entrate ormai nel linguaggio comune. Lo “storytelling” del ragazzo della periferia che passo dopo passo, inseguendo i propri sogni, arriva fino alla venue più importante della sua città e del Paese è onestamente irresistibile. Stesso dicasi per chi per anni ha cantato le strade di questa città, dal basso, partendo dai centri sociali, narrando la “gente coi problemi”, gli emarginati. E ora sta lassù, più in alto della Madonnina.

Rivincita, riscatto sociale. Molto bello. Ma, appunto, tutto questo è “storytelling”. Con tutto il rispetto per colleghi e titolisti bravissimi, che senso ha adagiarsi completamente sulle narrazioni altrui, abdicare completamente a un ruolo un po’ più critico e analitico? 

Il rap oggi è egemone come linguaggio di una generazione, ha imposto nell’immaginario collettivo e nel dibattito pubblico termini e concetti che fino a pochi anni fa erano confinati a una nicchia. Pochi potrebbero essere più felici di noi, che con l’hip hop siamo cresciuti, amando le grandi figure di outsider dei suoi interpreti e in generale la sua forza più o meno antisistema. 

Forse però oggi si è arrivati a un eccesso di “rap culture” nel racconto della musica. Il rap è, sin dagli esordi, un “game”, basato sulle collaborazioni, ma anche e soprattutto sullacompetizione. Sulla superiorità rispetto a colleghi, sulla conquista di fama e rispetto, sui numeri che si è capace di fare. Tutto questo ha trovato terreno fertilissimo grazie alla nuova comunicazione digitale, molto spesso trionfalistica, autocelebrativa, di sicuro molto egoriferita. 

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Non è che si vuole fare i riccardoni che vogliono tornare ai live report in cui si analizza la scaletta track per track, si confrontano le versioni di un pezzo rispetto al tour di due anni prima o le doti del nuovo tournista. Sticazzi di tutto ciò, sticazzi anche dei live report ahinoi. Il live è un concentrato di emozioni, diventa magia quando si crea una connessione fortissima tra chi sta sotto e chi sul palco (il rap in tutto questo è inarrivabile, soprattutto quando pubblico e artista condividono la stessa lingua).

È condivisione, scambio di energie, voglia di donare e di ricevere. Cosa c’entra tutto questo con la conquista?Quando è diventata una gara? Quando siamo diventati ossessionati che il “nostro” artista diventasse un numero uno, che facesse mille miliardi di stream? In che dati qualificano lui e qualificano noi come appassionati? 

In nessun modo. Ma oggi lo “storytelling” è questo. Lo portano avanti gli artisti e i loro staff, e fin qui nulla di male, è nei loro interessi, soprattutto in una società in cui il successo è tutto e nulla va lasciato non rivendicato. Lo portano avanti i fan, e forse è inevitabile visto il cordone che li lega ai loro “idoli”. Sarebbe bene che provasse a spezzarlo, o per lo meno a invertire un po’ la rotta, chi è chiamato a guardare le cose da un’altra prospettiva.

Quel che rimane del giornalismo musicale – di cui pagine social, newsletter, fanzine, podcast o qualunque “nuovo canale” rappresentano una componente fondamentale – si tolga le lenti che ha preso in prestito. Non cambierà le sorti della musica – che non ha bisogno di essere salvata, e tanto meno da noi –, ma forse si riscoprirà un po’ più utile alla causa

Ps: proprio mentre scrivevamo questo pezzo, ci è capitato di leggere questo articolo del Post secondo cui i dischi live sono quasi scomparsi (ma non I Ministri, guys!). Ecco, non è che di tutti questi gloriosi live dei nostri conquistadores degli stadi, poi, non ci rimarrà che una manciata di stories che non riguarderemo mai?


L’articolo Concerti a San Siro: qua nessuno si è preso un bel niente di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2024-06-28 12:22:00



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