Lavorare con Pino D’Angiò è stata la cosa più funky del mondo

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Il 30 aprile del 2019 a Milano non era un giorno qualunque. E non solo perché all’indomani ci sarebbe stata la Festa dei Lavoratori, che qua, fortunatamente, è molto sentita. Ma perché, complici degli incastri strani del calendario, quello era un “ponte del 1 maggio” (i milanesi studiano il calendario, le sue opportunità e le sue incognite come degli aruspici romani) molto particolare. Tanta gente sarebbe rimasta in città, niente esodo e la necessità di inventarsi qualcosa per quel prefestivo prelibato.

“Io e Tommiboy ci eravamo conosciuti un po’ per caso, perché aveva dormito una notte a casa mia. Ci eravamo messi in testa di fare qualcosa che partisse dal concetto di confronto e scontro generazionale. L’italo disco stava tornando alla grande, a Napoli un nuovo suono allo stesso tempo retrò e attualissimo prendeva forma, i giovani ricominciavano ad ascoltare i vinili e ad andare nei club. Il momento ci sembrava propizio”.

A parlare così è Filippo Tortorici, promoter e organizzatore di eventi noto con il nome Milangeles. Sta rievocando la nascita di Disco Stupenda, serata a cui lui e il suo socio Tommiboy, di formazione dj come lui, avevano dato vita all’Apollo di Milano. Il loro gusto per certe sonorità ed estetiche degli anni ’80 li aveva spinti a convocare in consolle leggende di un tempo come Leo Mas e Beppe Loda. A un certo punto, nella primavera ’19, l’illuminazione: chiamiamo Pino D’Angiò

Foto soundofsunny

“Eravamo suoi fan, Tommy suonava sempre le sue tracce durante i set” prosegue Filippo. “Solo che lui non ne voleva sapere. Per motivi generazionali faceva parte di un giro completamente diverso dal nostro. Era finito in una specie di insabbiamento artistico, e pensava che lo prendessimo in giro. Non gli sembrava possibile che dei giovani potessero essere interessati alla sua musica di 40 anni prima”. 

Insistendo parecchio, Tommaso lo convince. La serata è un successo clamoroso: 800 paganti – “non avevamo mai fatto serate con biglietto” –, unApollo gasatissimo. “La gente era felicissima: in pista c’erano 6 o 7 persone con il vinile per farselo autografare, le ragazze gli chiedevano la foto (questa è stata una costante di questi anni assieme). Eravamo tutti choccati. Pino per primo”. Si avvicina ai due organizzatori nel cortile del locale, con l’immancabile sigaretta in mano, e quasi non ci crede nemmeno lui. “Ma questi ragazzi cosa sanno di me?”, ci chiede. 

Arriva il Covid, che paralizza tutto quanto. Ma appena la musica è in grado di ripartire, sia l’artista che Filippo e Tommaso sanno che è il momento di spingere: Disco Stupenda diventa un format da esportare. “Da quel momento abbiamo portato Pino a suonare dappertutto, con Tommi che gli faceva da manager e dj allo stesso tempo. Tutto molto anni ’80, con il foglio delle ricevute di carta e i contanti a fine serata, perché a Pino piaceva così”.

Ovunque andasse D’Angiò si comportava con una classe d’altri tempi, quel misto di charme e gentilezza su cui aveva eretto il suo personaggio. “Un’unica accortezza: nel rider non dovevano mancare mai le sue Merit 100s, che però sono difficili da rintracciare, soprattutto in provincia. Vedevi questi promoter che giravano nei tabaccai di tutta la città per cercare delle sigarette introvabili. La legge sul divieto di fumo non la concepiva. Non sai quante volte abbiamo rischiato di fare partire l’antincendio negli hotel…”.

Con il suo nuovo “clan”, che ha più di 30 anni meno di lui, D’Angiò suona in tutta Italia. “All’Alcazar a Roma una ragazza fa reel mentre lui canta Quale idea e il video va virale suTik Tok. Da quel momento ci hanno chiamato un sacco di discoteche, anche in posti stranissimi. I giovanissimi andavano pazzi per lui”. Non solo qua: “A Parigi abbiamo fatto sold out a Le Mazette con 1200 persone, e poi Londra o Istanbul. Posso dire una cosa: gestire delle persone di una certà età in un mondo come quello attuale del clubbing, è qualcosa di veramente funky”.

Con Tommiboy al matrimonio del figlio di Pino

Ogni tanto D’Angiò brontolava con Tommi perché voleva la stampa cartacea del biglietto, se no gli sembrava di non poter partire, oppure si dimenticava il nome del club da dare al conducente di Uber e girava ore in cerca dell’indirizzo. Ma era felice come non gli accadeva da tempo. “Ci ripeteva sempre quanto gli piaceva stare con i giovani. Magari faticava a cantare, ma a parlare con le nostre amiche riusciva sempre. La moglie girava spesso con noi e ogni tanto lo richiamava all’ordine. Gli diceva ‘Pino sono stanca, andiamo a casa'”. 

Lo stupore iniziale aveva lasciato il posto a una consapevolezza via via crescente del sentimento che ancora c’era verso di lui e verso la sua musica. “Lo ha fatto con naturalezza. È avvenuto in maniera molto spontanea. Questa esplosione semplicemente ‘doveva succedere’, non ci sono stati grandi ragionamenti di business dietro. Peccato che, come quasi tutte le cose belle e romantiche, sia finita così presto”. 

Non senza, però, il giusto tributo di gloria. Che è arrivato durante l’ultimo festival di Sanremo, dove non si era mai esibito in gara ed è tornato come ospite dei bnkr44, che hanno cantato Quale idea, brano che tutt’ora ha enorme successo in radio. “Per noi è stato molto appagante vedere quanto affetto ricevesse, dopo anni in cui era un po’ finito ai margini”, racconta Filippo Tortorici, che sta organizzando per l’autunno a Milano un festival dal titolo Generazione Stupenda, che omaggerà proprio D’Angiò.

Ma cosa piaceva tanto di lui? “Quel savoir faire che compariva nelle canzoni era reale, ce l’aveva anche nella vita vera. Le sue canzoni parlano d’amore e corteggiamento, di vite irrisolte. E non c’è nulla di più attuale. Questa nuova generazione è decisamente irrisolta, piena di malinconia e sensi di colpa. Oggi domina la ‘newstalgia‘: suonare in vinile, scattare con la polaroid quando hai in tasca un Iphone nuovo. Di tutto questo Pino è un capo”. 

Non si spiegano altrimenti decine di date, sempre piene e straripanti di entusiasmo.”Quando faceva tre serate di fila, alla fine era molto stanco. Eppure sempre preciso, rigoroso: non ha mai saltato un concerto. Quando aveva dei controlli da fare non prendeva date per mesetto, poi tornava più in forma di prima. Non ha mai fatto pesare la propria salute a nessuno. E non vedeva l’ora che quest’estate potesse finalmente tornare a girare con la band che Tommi aveva messo assieme per lui”. 

Ora Filippo e Tommaso stanno facendo i conti con la perdita. “Sarebbe bello gli eroi fossero tutti come Keith Richards, ma è una cosa che bisogna mettere in conto. Però siamo contenti, perché ilfinale del filmè stato quello che un artista così si meritava. E siamo contenti anche per tutti gli italiani: se lo meritano proprio di riscoprire Pino D’Angiò”. 


L’articolo “Lavorare con Pino D’Angiò è stata la cosa più funky del mondo” di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2024-07-08 15:23:00



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