Iako la Brexit se l’è fatta da solo

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È molto probabile che Jacopo Rossetto, in arte Iako, sia già capitato nelle vostre orecchie. In Maya, disco di Mace uscito negli scorsi mesi, è sua la voce che canta il ritornello di Solo me, brano in cui compaiono anche Rkomi e Bresh. Ancora prima, nel 2022, c’è una partecipazione a X Factor, momento in cui il pubblico italiano inizia a scoprirlo davvero. Ma prima ancora di questo Iako era già da anni inserito in un contesto musicale parecchio vivo e stimolante, ben lontano dall’Italia (e per certi versi pure dall’Europa): Londra, città in cui è andato a vivere nel 2015 proprio per fare il musicista.

È proprio a Londra che Iako muove i suoi primi passi nella discografia, trovandosi a lavorare come turnista, autore, produttore, fino a partecipare a session per artisti come Tom Misch e Skepta nei Miloco Studios. Insomma, le cose iniziano a girare in una città dove tantissimi musicisti ogni anno cercano di farcela. Ed è proprio in quel momento che Iako prende e torna in Italia, dove inizia a scrivere in italiano e a plasmare l’estetica musicale con cui lo conosciamo oggi, un cantautorato dalle melodie delicate mentre gli arrangiamenti elettronici si spingono fino alla dimensione clubbing. Lo si può sentire bene in Apriti grattacielo, ep pubblicato lo scorso maggio.

Vista la scelta di vita per certi versi inaspettata di Iako, l’abbiamo raggiunto per fargli qualche domanda sul suo percorso artistico e sulle differenze tra il fare musica in Italia e in Inghilterra.

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Quando sei andato a Londra la prima volta?

Mi sono trasferito lì a 19 anni, poco dopo le superiori – cercavo (più o meno consapevolmente) un’esperienza più diversa possibile dalla mia vita fino a quel momento a Venezia, dove sono nato e cresciuto.

Che scena musicale hai trovato lì?

La cosa positiva in Inghilterra è che l’industria musicale è molto sviluppata e variegata, c’è musica ovunque e l’attenzione verso la discipline creative è molto alta, sia a livello locale che istituzionale. Ovviamente non è stato facile ambientarsi, un po’ per la competizione e un po’ perché Londra è una città scomoda, ma una volta assorbiti alcuni meccanismi mi sono sentito a casa.

Che vita hai fatto là?

Sono rimasto sei anni, ho fatto musica con diversi progetti miei e di altri, ho cambiato tanti lavori in ambito musicale, dallo studio all’organizzazione di concerti. Ho avuto l’onore di essere presente ad alcune sessioni in studio con musicisti di vario tipo, tra cui Tom Misch e Dizzee Rascal. Ero presente durante tutto il processo di Brexit, che ovviamente non è stato votato dalle generazioni giovani. Credo sia stato un errore enorme, soprattutto per le discipline creative che ora si trovano in difficoltà a gestire trasferimenti internazionali, tour ecc.

 

Iako – foto di Alessio Marisca

Come mai sei tornato in Italia?

Sono tornato un po’ per caso, durante il Covid ho passato qualche mese a Venezia e poi a Milano, senza particolari obiettivi. Avevo iniziato da poco a scrivere in italiano e ho trovato un equilibrio nuovo qui, quindi ho deciso di rimanere. Sicuramente questi anni mi hanno insegnato moltissimo a livello musicale e non solo – la cosa che mi è mancata di più dell’Italia è il modo di condividere la vita con gli altri. A Londra la tendenza è a stare molto da soli e c’è molto individualismo, dettato un po’ dalle dimensioni della città ma anche da un fattore culturale.

Quali limiti trovi nella scena musicale italiana rispetto a quella inglese? Quali opportunità?

L’industria italiana è sicuramente molto più piccola quindi difficile fare un paragone – la cosa che mi dispiace è che ci sia ancora poca rappresentazione di generi musicali nel mainstream – a Londra c’è molta più interazione e collaborazione tra generi musicali diversi, oltre a un livello di ricerca artistica che qui a volte manca. Una cosa positiva dell’industria italiana è che si sta lentamente allineando, ci sono molti progetti ancora poco visibili alla massa ma credibili anche a livello internazionale.

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Sta pagando la scelta di rientrare in patria?

Sicuramente sono soddisfatto di questo primo lavoro in italiano, sento di aver imparato molto e di aver sbloccato nuovi modi di approcciarmi alla disciplina – è l’inizio di un nuovo percorso e non vedo l’ora di migliorare e approfondire la ricerca per i prossimi lavori.

Quali musicisti inglesi dovremmo ascoltare assolutamente? Quali tuoi colleghi italiani spingevi tra i tuoi contatti in UK?

La lista è lunghissima, ma ultimamente sono abbastanza in fissa con gli Young Fathers, un trio scozzese art-pop. I colleghi italiani che consiglio sono tanti, in particolare alcuni che da quando sono tornato sono diventati anche amici: Rares, Denoise, HAN, ma anche qui la lista è molto lunga.


L’articolo Iako la Brexit se l’è fatta da solo di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2024-06-28 14:00:00



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