4 Novembre 2026 18:56
VISIONEDIGITALE / STORIE04.11.2026

Wild Horse Nine, recensione del film di Martin McDonagh

Wild Horse Nine, recensione del film di Martin McDonagh

Wild Horse Nine, recensione del film di Martin McDonagh

Da quando Martin McDonagh e Phoebe Waller-Bridge si sono manifestati insieme, come un’apparizione divina, una speranza accompagna i fan, ovvero che da questa unione sentimentale possa prima o poi nascere anche un’opera cinematografica senza precedenti. A quel punto, non servirebbe aggiungere altro alle capsule del tempo da spedire nello spazio: l’umanità avrebbe già lasciato il suo contributo migliore.

Ad accomunare i due autori è sicuramente un’ironia nera, irriverente e senza filtri. I personaggi che popolano le loro storie hanno la rara capacità di restarci addosso. Certo, ci fanno sorridere, ma intanto affondano il colpo qualche centimetro più in profondità.

Con questa doverosa premessa — necessaria anche a condividere un sogno — arriviamo al nuovo film di McDonagh, che torna alla commedia nera di parola, figlia della sua formazione teatrale. Wild Horse Nine si regge soprattutto sui dialoghi più che sugli eventi della trama, relativamente pochi, con un’azione che si concentra soprattutto nell’ultimo atto. I protagonisti sono John Malkovich, che alla fine atterra davvero a Venezia e si aggiudica la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile e Sam Rockwell, a cui basta un personaggio sopra le righe per catturare l’attenzione del pubblico.

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Sam Rockwell In Wild Horse Nine Searchlight

La trama in breve

Due agenti della CIA, Chris (Malkovich) e Lee (Rockwell), vengono inviati sull’Isola di Pasqua — o, come gli indigeni, Rapa Nui — pochi giorni prima del colpo di Stato in Cile del 1973. Il loro superiore, MJ (Steve Buscemi), affida loro una misteriosa missione da portare a termine.

Il film procede tra situazioni grottesche e momenti drammatici, affrontati dai personaggi con un tono impassibile, deadpan, ironico e apparentemente distaccato. È proprio questo contrasto, tipico delle opere di McDonagh a dare alla storia il suo ritmo particolare.

«Avrei dovuto uccidere meno uomini e passare più tempo con i cavalli» — Chris

Sull’isola si aggirano numerosi cavalli selvaggi, capaci di suscitare in Chris una tenerezza sorprendente. Per lui, uomo d’azione e killer professionista che ha contribuito a cambiare le sorti del mondo, gli animali diventano quasi una presenza terapeutica. Infatti, Chris ama profondamente gli animali, persino le falene, dettaglio introdotto già all’inizio del film e che assume, col senno di poi, il sapore di un foreshadowing.

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Nei cavalli riconosce una libertà che non ha mai potuto concedersi e una tranquillità che sembra ormai lontanissima dalla sua esistenza. A un certo punto Chris condivide con Lee un’idea bizzarra, realizzare un western dal punto di vista di un cavallo. Lee non sembra particolarmente entusiasta, ma la proposta contiene una delle intuizioni più interessanti del film. Al cinema il cavallo è spesso simbolo di libertà e lealtà, ma nel western è anche uno strumento al servizio dell’uomo, trascinato nelle sue conquiste e nelle sue battaglie. Spostare il punto di vista significherebbe raccontare la violenza attraverso gli occhi di chi la subisce senza averla scelta.

Chris sembra riconoscersi proprio in questa figura: un uomo che è stato a sua volta uno strumento, usato per portare avanti missioni e intenti violenti, fino a rendersi conto di aver sacrificato la propria vita. Il cavallo diventa così il suo alter ego, una creatura che gli restituisce a specchio, senza bisogno di parlare, il peso delle scelte compiute.

McDonagh ha deciso di mantenere i cavalli nella sceneggiatura dopo averli incontrati sull’isola, descrivendoli come “creature dall’aura spirituale e malinconica”. Sono diventati un elemento così centrale da entrare anche nel titolo: Wild Horse, completo aggiungendo la pistola calibro 9 millimetri parte della vicenda.

I film di McDonagh sembrano ribadire che la risposta più semplice è spesso quella giusta. Per usare una metafora culinaria, Martin cucina con pochi semplici ingredienti, facendone un piatto ricercato.

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Probabilmente Wild Horse Nine non è il piatto migliore del menù del ristorante irlandese McDonagh, ma il regista è riuscito a riunire sull’isola di Pasqua, location patrimonio dell’UNESCO, un cast che meriterebbe a sua volta di essere dichiarato patrimonio dell’umanità.

Il rispetto per il paesaggio è evidente, ma a tratti il film sembra perdersi — forse un po’ troppo — nell’arte stessa, inciampando in quei vizietti di stile che prima o poi sembrano tentare ogni regista.

Non sarà il western dal punto di vista di un cavallo che Chris sognava, ma resta un invito a guardare il mondo da un’altra prospettiva. E allora, staccate un biglietto di sola andata per il Cile, godetevi le testone dei protagonisti tra i moai e, se vi viene voglia di passare più tempo con i cavalli, non siete gli unici.

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