2 Ottobre 2026 0:17
VISIONEDIGITALE / STORIE01.10.2026

Verity: recensione del film tratto dal libro di Colleen Hoover

Verity: recensione del film tratto dal libro di Colleen Hoover

Verity, quando il thriller si fa fiction

“Ti stai annoiando? No, è la mia faccia!” E che faccia! O meglio, che viso, quello di Dakota Johnson. E che battuta stridente, quella che sentiamo nel nuovissimo film Verity. A onor del vero, non sarà né la prima né l’ultima frase pronunciata nel corso della pellicola a farci venire l’impellente desiderio di urlare all’inappropriatezza.

Molte cose non tornano nel film di Michael Showalter (The Big Sick, The Idea of You), a cominciare da alcune tempistiche decisamente poco credibili, che anche il patto tra spettatore e film, che ci porta ad accettare un’opera come finzione, non sembra colmare. Il film si presenta come un thriller, ma finisce per avvicinarsi molto di più a una fiction sdolcinata, disseminata di frasi fatte pensate per impressionare un pubblico bramoso di un romanticismo più che accessibile.

Ma andiamo con ordine. Verity è tratto dall’omonimo libro di Colleen Hoover – che aveva già contrattualizzato i diritti di It Ends with Us – romanzo non di certo da premio Pulitzer, ma ha sicuramente più di 117 minuti per reggere una storia che, già sulla carta, ha passaggi a dir poco assurdi.

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Dakota Johnson In Verity Credits Sony

Un thriller che punta più sull’estetica che sulla tensione

La protagonista è Lowen Ashleigh, una scrittrice alle prime armi (Dakota Johnson), che viene ingaggiata da una famosa autrice Verity Crawford (Anne Hathaway), o meglio, dal marito che ne fa le veci (Josh Hartnett), per portare a termine la sua saga letteraria. Per farlo, Lowen dovrà trasferirsi nella meravigliosa casa dei coniugi, nel Vermont, e lavorare sugli appunti lasciati da Verity. Durante la permanenza scoprirà scomode verità che riguardano la reale (forse) natura della misteriosa donna, rimasta paralizzata in seguito a un altrettanto misterioso incidente.

La pellicola è ricca di primi piani, ma del resto, con un cast del genere, era quasi inevitabile. Per il resto, ritroviamo quella che ormai sembra essere una tendenza consolidata, ovvero la perdita della classica «consistenza cinematografica» a favore di un look ultra-levigato, quasi da pubblicità. E poi c’è un ulteriore membro del cast dalla bellezza sconvolgente, la casa immersa nella neve, che fa da ambientazione alla vicenda: una vera dimora, alla quale la scenografa ha aggiunto alcuni dettagli per rendere il tutto ancora più disorientante e accentuare l’ambiguità della trama. La componente thriller si avverte attraverso l’ambientazione, gli scricchiolii e il design degli spazi e non grazie alla tensione generata dai jump scare, spesso impacciati, o da quei momenti in cui non sappiamo bene se aspettarci o meno una mossa da parte di Verity, costretta alla paralisi.

Dal canto loro, le due attrici, che fa certamente piacere vedere insieme in un duo con charme e carisma da vendere, non sono affatto estranee al genere. Anne Hathaway si era già misurata con pellicole come Eileen, raffinato thriller dai toni hitchcockiani, Serenity – L’isola dell’inganno, il meno conosciuto Passengers – Mistero ad alta quota e, a modo suo, il recente Mother Mary. Eppure, in questa pellicola, sembra proprio non decollare, per fortuna, come ha dichiarato lei stessa, è arrivato anche il momento di una pausa. Dopo l’irragionevole The End of Oak Street, i film a cui ha preso parte quest’anno sono stati certamente di qualità decrescente.

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E poi abbiamo Dakota Johnson, che sembra mantenere la stessa espressione sia quando una passante le esplode davanti, che quando si trova di fronte a un piatto bavarese durante un appuntamento. Si potrebbe dire che Dakota abbia lo stesso aplomb che avrebbe potuto dedicare a un ulteriore capitolo di Cinquanta sfumature. Anche lei non è estranea al mondo del brivido, la ricordiamo infatti in un magistrale remake di Suspiria, considerando che l’accompagnamento di Guadagnino sarà stato ben diverso. Forse, dopo averla vista cimentarsi in ruoli più sofisticati, sarebbe stato meglio ritrovarla in un’altra pellicola.

Verity e il confronto con il romanzo di Colleen Hoover

Dopo le note di demerito, che ahimè sono state decisamente più numerose, veniamo agli aspetti più interessanti. Quando si parla di adattamenti cinematografici, il confronto con il libro è inevitabile, e i più affezionati a questa tematica non potranno fare a meno di soffermarsi sulle differenze. Tra queste, la scelta macroscopica di ridurre a due i figli della coppia, trasformandoli in gemelli, al posto dei tre presenti nel romanzo, eliminando così anche la vicenda della morte naturale di una delle gemelle, ma questo rientra, naturalmente, nelle libertà proprie di un adattamento. Il richiamo più curioso al libro è sicuramente l’omaggio grafico delle copertine dei romanzi di Verity, realizzate con lo stesso design di quella del libro di Hoover.

Molto intelligente anche la resa della lettura dell’autobiografia di Verity che Lowen trova e attraverso la quale arriva a scoprire la verità. Una sequenza che rispetta le ottime tempistiche del romanzo e ne restituisce efficacemente uno degli elementi narrativi più importanti.

Quanto al finale, che non coincide con quello del libro – lasciamo così ai lettori la possibilità di andarlo a scoprire con maggiore suspense, almeno in questo – troviamo anche qui una buona alternativa, la storia ci lascia infatti con una serie di dubbi e con un finale aperto, proprio come il libro di Lowen.

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Insomma, questo non è un film particolarmente aristocratico, né pensato per un pubblico con la puzza sotto al naso – passatemi il termine, utilizzato esclusivamente a scopo illustrativo. Non raggiunge certamente il livello di un May December, con la coppia Moore-Portman, un film che affronta anch’esso il tema del parallelismo, dello scambio e di desideri profondamente sbagliati. Verity è piuttosto un prodotto disegnato per la piattaforma, e non a caso, già nei titoli di testa, vediamo comparire Amazon e poco altro.

Ricorda molto The Housemaid – Una di famiglia e si rivela quindi un film perfetto per un venerdì sera sul divano, da trascorrere godendosi la bellezza del cast, un po’ meno per un’esperienza cinematografica vera e propria, ma magari sono io quella con la puzza sotto al naso.

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