23 Ottobre 2026 6:29
VISIONEDIGITALE / STORIE22.10.2026

Clayface, recensione: la new DC passa da tinte body horror

Clayface, recensione: la new DC passa da tinte body horror

Clayface, la new DC passa da tinte body horror

Un inizio senza fronzoli: titolo, protagonista, evento scatenante, un primo atto da manuale. Matt Hagen (Tom Rhys Harries) è un attore all’apice della carriera, ha conquistato tutto ciò per cui ha lavorato tanto, finchè il boss Markos Szabo lo sfregia violentemente in volto, senza che alcuna operazione riesca a restituirgli ciò che ha perso. Disperato, alla ricerca di quella bellezza ormai lontana, si sottopone a una cura sperimentale. Tuttavia, il prezzo della trasformazione è ben più alto di quanto lui possa immagininare.

Prosegue la ristrutturazione della DC sotto la guida di James Gunn, che ha ridato nuovo colore — in tutti i sensi — all’universo di supereroi. Clayface avrebbe dovuto inizialmente rientrare nei progetti Elseworlds, quelli slegati dalla trama principale, come il Batman di Matt Reeves e Joker, quest’ultimo evocato anche graficamente attraverso vari easter egg nel film. Il risultato si inserisce in una fase in cui la DC sta sperimentando linguaggi e tonalità differenti, con risultati alterni e Clayface si presenta con ingredienti interessanti e altri, francamente, meno riusciti.

La scelta di puntare sul body horror, però, è tutt’altro che casuale. Il genere ha ritrovato una notevole visibilità grazie al successo di The Substance, capace di conquistare pubblico e critica, ma anche di titoli come Together e The Ugly Stepsister (2025), senza dimenticare Titane (2021). E per chi ha uno stomaco sufficientemente allenato, il viaggio può proseguire fino al capostipite moderno del genere, La mosca di David Cronenberg, del 1986, e ben oltre.

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Tom Rhys Harries E Naomi Ackie In Clayface Warner

Ma cosa ci racconta il successo di questo genere così contorto?

Nonostante la retorica body positive, il corpo continua a essere sottoposto a un ideale estetico che lascia poco spazio alle deviazioni dalla norma. Sembra quasi che più un corpo abbia natura organica, più si allontani da quella perfezione plastica a cui siamo abituati ad aspirare. Il body horror ci costringe a guardare ciò che preferiremmo tenere fuori campo e così il disgusto diventa una metafora potente. Forse, il proliferare di film di questo genere e, soprattutto, il successo che riescono ad ottenere dovrebbero iniziare a farci riflettere.

I Clayface dei fumetti si fondono per creare un film

Le incarnazioni di Clayface nei fumetti DC sono diverse e hanno origini differenti. Basil Karlo è un attore la cui carriera in declino lo conduce verso il crimine, mentre Matt Hagen è un avventuriero che entra in contatto con una sostanza misteriosa e acquisisce la capacità di mutare forma. Il film attinge a queste due versioni.

La combinazione è interessante proprio perché mette insieme due elementi che, in questo caso, sembrano fatti per incontrarsi. Un attore lavora in un’industria in cui il corpo viene osservato, valutato e venduto. La macchina da presa ti sta a un palmo dal viso e ogni imperfezione rischia di diventare un problema.

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Per Matt Hagen, quindi, il volto non è soltanto una parte del corpo, ma il suo capitale professionale, la sua identità pubblica, il mezzo attraverso cui il mondo gli restituisce un’immagine di sé. Quando quel volto viene distrutto, la tentazione di recuperarlo diventa comprensibile, persino disperata. La cura sperimentale promette di restituirgli ciò che ha perduto, ma finisce per trasformare il desiderio di tornare quello di prima in una nuova forma di prigionia.

Ed è qui che Clayface incontra il cuore del body horror contemporaneo, la trasformazione fisica non è soltanto un effetto spettacolare, ma il risultato estremo di una pressione sociale. Il corpo diventa mostruoso mentre cerca di adeguarsi a un ideale che non gli concede tregua.

Resta da capire quanto il film riesca davvero a sfruttare questa intuizione. Perché il body horror funziona meglio quando il disgusto non è un fine, ma uno strumento per mettere a nudo qualcosa che ci riguarda.

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