Ma quindi, quali sono le professioni più richieste in Italia?
Fin qui numeri, percentuali, competenze trasversali. Per chi sta scegliendo l’università o inviando curriculum, però, la domanda è molto più diretta: quali sono le professioni più richieste in Italia in questa fase? L’indagine si occupa anche di questo, isolando i ruoli per cui ci sono almeno 2mila assunzioni programmate e mettendoli in ordine a seconda di quanto è difficile trovare candidati idonei.
Le graduatorie sono tre, una per ciascuna area di competenze. Sia per le competenze digitali sia per quelle matematiche, il podio è pressoché identico: al primo posto matematici, statistici e analisti dei dati con più dell’80% di posizioni difficili da coprire, seguiti da progettisti e amministratori di sistemi e da ingegneri dell’informazione, entrambi sopra il 70%. Nella terza graduatoria, quella legata all’innovazione, svettano i meccanici e attrezzisti navali con un impressionante 98,5% di profili difficili da trovare, seguiti dagli specialisti in terapie mediche con l’89,5%. Subito dopo tornano le professioni ad alta intensità tecnico-scientifica già citate, ma con un ordine leggermente diverso: progettisti e ingegneri dell’informazione precedono matematici e statistici.
Se leggiamo gli stessi elenchi ma ci concentriamo sulla quantità delle assunzioni programmate, indipendentemente da quanto sia facile trovare i candidati giusti, scopriamo che alle aziende italiane servono più di 27mila tecnici della gestione di cantieri edili, più di 24mila tecnici meccanici, altrettanti analisti e progettisti di software, quasi 22mila ingegneri industriali e gestionali e più di 21mila tecnici programmatori.
Il grande equivoco del lavoro in Italia si chiama skill mismatch
Insomma, non è vero che in Italia non c’è lavoro. Ci sono tante figure di cui le aziende hanno un gran bisogno, ma sono quasi tutte figure di carattere tecnico e scientifico. E non è così facile trovarle in un Paese in cui, su tutti i laureati nella fascia di età 30-34 anni nel 2024, meno di uno su quattro (il 23,6%) ha un titolo in discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (Stem). Con un divario enorme, di oltre 20 punti percentuali, tra uomini e donne. E – riferisce il Digital Economy and Society Index –soltanto il 45,8% delle persone possiede competenze digitali di base, contro una media europea del 55,6%. È la definizione da manuale di skill mismatch, il divario tra richiesta e offerta di competenze, uno dei temi su cui i contributi raccolti dal ministero insistono di più. I dati li abbiamo e sono eloquenti: quel che serve ora non è un’altra fotografia, ma un piano concreto per cambiarli.

