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Lo Stato Islamico sta usando l'AI per riportare in vita i leader defunti

Lo Stato Islamico sta usando l'AI per riportare in vita i leader defunti

È passato quasi un decennio dalla battaglia di Raqqa, lo scontro che ha portato alla liberazione della città siriana dai guerrieri dello Stato Islamico, segnandone la disfatta. Nel corso di questi anni, però, i militanti non hanno mai abbandonato l’idea di ricostruire un califfato sul territorio, tanto da ricorrere a ogni strumento possibile per arruolare adepti votati alla causa. Inclusa la tecnologia. Secondo quanto riportato dall’Institute for Strategic Dialogue (ISD) – un istituto di ricerca indipendente che studia i movimenti fondamentalisti – nel reportCoordinating through chaos: The state of the Islamic State online in 2026”, i membri dello Stato Islamico stanno utilizzando l’intelligenza artificiale per riportare in vita i leader defunti e fare propaganda sui social media. Una strategia che sembra funzionare alla perfezione, soprattutto considerando che di recente le piattaforme hanno ridotto drasticamente la moderazione dei contenuti.

Il report

Il lavoro dei ricercatori dell’ISD è stato preciso e meticoloso. Per tirare le conclusioni sulla strategia di propaganda dei militanti hanno analizzato la presenza dell’IS su un ampio numero di social media: Facebook, TikTok, Instagram, WhatsApp, Telegram, Element e SimpleX. In aggiunta, hanno monitorato l’attività di pubblicazione nei canali Discord dedicati ai videogiochi, mettendo in evidenza la capacità dei membri del gruppo estremista di adattare i vecchi contenuti propagandistici al linguaggio dei nuovi canali. “Sono molto abili nello sfruttare le piattaforme [e] diffondere messaggi”, ha dichiarato il ricercatore Moustafa Ayad a 404 Media, commentando l’indiscutibile capacità di sperimentare dei membri dell’IS. Eppure, nonostante questo, il report rivela che è Facebook l’hub strategico della propaganda, dove i combattenti vantano una rete di ben 350 account, i cui video hanno generato decine di migliaia di visualizzazioni.

Se vi state chiedendo come sia possibile, ecco la risposta: i militanti hanno sfocato il logo dello Stato Islamico per eludere i controlli della piattaforma. E, dall’altro, Meta ha allentato la presa sulla moderazione dei contenuti, permettendo così all’IS di utilizzare Facebook per diffondere le proprie idee senza incorrere in alcuna sanzione – un’azione impensabile fino a qualche anno fa -. Dal momento in cui i social media hanno fatto un passo indietro sul fronte della moderazione, i militanti hanno incentivato la pubblicazione di video che sostengono la loro ideologia. E questa, stando a quanto riferito dal rapporto, sembra essere la sola motivazione plausibile per la loro diffusione. “Non stiamo parlando di contenuti che presentano zone d’ombra – ha precisato Ayad -. Si tratta di contenuti chiaramente riconducibili allo Stato Islamico…che sostengono la violenza, l’uccisione delle minoranze, la celebrazione degli attentati dinamitardi e i saccheggi che stanno avvenendo nell’Africa subsahariana”.

Il cuore centrale del rapporto dell’ISD è senza dubbio l’uso che i membri dell’IS stanno facendo dell’intelligenza artificiale per riportare in vita i leader defunti del gruppo. Tra i contenuti rilevati dai ricercatori, per esempio, emerge un video di Abu Bakr al-Baghdadi – scomparso nel 2019 – impegnato in un discorso motivazionale rivolto al pubblico. E accanto a questo, decine di video dell’ISIS creati utilizzando Minecraft e Roblox, inclusa una rivisitazione di “ Flames of War: The Fighting Has Just Begun”, un titolo culto della propaganda islamica. “Stanno creando questi mondi virtuali che imitano il califfato dello Stato Islamico, chiamandoli con nomi come Wilayat Roblox [la Provincia di Roblox] – commenta il ricercatore dell’ISD a proposito dei contenuti video condivisi sulle piattaforme –, e imitano completamente lo stile dei famosi video dello Stato Islamico utilizzando i personaggi di Roblox. Incluse le finte esecuzioni. Il tutto, poi, è accompagnato da voci fuori campo in arabo e inglese, con lo stesso tono di un narratore dello Stato Islamico”.

La necessità di una corretta moderazione

Per combattere la propaganda dell’IS non basta migliorare il sistema di moderazione dei contenuti. Quello di cui si ha bisogno, secondo Ayad e i ricercatori dell’ISD, è una vera e propria attività di coordinamento tra le piattaforme: quando un gruppo viene espulso da un social, spesso ripiega su un altro per trovare spazio ai propri contenuti, ed è importante che le piattaforme condividano tra di loro ban ed espulsioni per seguire al meglio questi movimenti e limitare la diffusione di contenuti illeciti. “L’Europol organizza queste giornate di rimozione e sono efficaci fino a un certo punto, ma il fatto è che lo Stato Islamico è diffuso su una vasta gamma di piattaforme e applicazioni di messaggistica – commenta Ayad -. Sono in grado di spostare le operazioni in un altro luogo, aspettare e ricominciare da capo su quella piattaforma. Non è come se avessi a che fare con un utente medio, hai a che fare con un utente determinato a diffondere la propria ideologia e a sfruttare la tua piattaforma per i propri fini”. Insomma, la propaganda dello Stato Islamico è ovunque, e non sembra esserci niente in grado di fermarla. Almeno per il momento.

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