L'intelligenza artificiale diventa un confidente, i ragazzi chiedono aiuto ai bot per problemi sentimentali e psicologici

L’intelligenza artificiale (AI) è sempre più considerata un confidente, “qualcuno” a cui chiedere informazioni e opinioni su questioni sentimentali e di salute, soprattutto per gli adolescenti. A rivelarlo è l’ultimo rapporto dell’Osservatorio indifesa realizzato dalla ong Terre des Hommes, insieme alla community di Scomodo, che ha raccolto le opinioni di oltre duemila ragazzi italiani under 26, con l’80% del campione composto da giovani tra i 15 e i 25 anni. In mancanza di altri strumenti e coordinate, anche un bot può diventare un amico virtuale, con tutte le conseguenze che questo comporta.

“Abbiamo domandato ai ragazzi se fosse mai capitato loro di usare un bot di intelligenza artificiale per affrontare diverse situazioni e il 23% ha dichiarato di averlo utilizzato per un problema sentimentale, il 21% per un problema di salute e un altro 21% per il supporto psicologico – racconta a Wired Flavia Brevi, responsabile campagne di comunicazione ed eventi di Terre des Hommes Italia –. In particolare, guardando i risultati con una lente di genere, esistono delle differenze. Sono più i maschi a dichiarare di non aver mai fatto ricorso a strumenti di intelligenza artificiale. Questo può essere, secondo me, interpretabile con il fatto che hanno più paura a chiedere in generale”. Le ragazze, in particolare le fasce più giovani dai 15 ai 19 anni, utilizzano l’intelligenza artificiale per problemi sentimentali, ma più si va avanti con l’età più si ricorre all’AI per problemi di salute.

Il rapporto tra giovani e AI

La richiesta di un’educazione sentimentale

Al grande dibattito in merito alla necessità o meno dell’educazione sessuo-affettiva a scuola, rispondono i dati raccolti: i ragazzi, soprattutto quelli più giovani, provano a dare un senso alle loro domande, utilizzando i mezzi che hanno a disposizione.

“Il problema è che in questo modo a rispondere loro non sarà più un’esperta o un esperto, ma sarà l’AI, che raccoglie informazioni da dati trovati in rete – aggiunge Brevi –. Inoltre, se andiamo a vedere quali temi i ragazzi vorrebbero vedere approfonditi nell’educazione sessuo-affettiva, l’anatomia, ovvero la parte con l’accento sul sesso, è la voce più bassa, interessa al 18%. Il bisogno primario riguarda l’approfondimento della questione del consenso e del rispetto nei rapporti: per il 78% è la questione cruciale. Il 50% vuole approfondire la gestione delle relazioni e delle emozioni”.

Non convidere le password non è tradimento

La questione del consenso, ribadisce Brevi, è un tema che viene sottolineato anche negli
incontri che Terre des Hommes porta avanti nelle scuole: “La parte più complessa per i ragazzi e le ragazze è dire di no all’interno di una relazione sentimentale o amicale. Ad esempio, spiegare loro che non voler dare le password dei social non significa tradire l’altra persona, è molto importante. Quando diciamo loro queste cose vediamo che sgranano gli occhi perché capiscono che il consenso è sempre negoziabile”. La consapevolezza che sia inaccettabile condividere le password c’è, dicono gli esperti, ma lo scarto con la realtà dei fatti, soprattutto in una fase della crescita dove l’essere accettato dagli altri è una questione di fondamentale importanza, esiste: quasi il 70% ha purtroppo condiviso le proprie password.

Tra cyberbullismo e revenge porn, il web è considerato pericoloso

Un giovane su due dichiara di aver subito nel corso della propria vita almeno un atto di violenza e il web viene considerato il “luogo” più a rischio in assoluto, più della strada e della scuola. Secondo il 59% il rischio principale è il revenge porn, ovvero la condivisione non consensuale di immagini intime. A temerlo sono in particolare le ragazze e le fasce d’età più alte. I ragazzi sanno che condividere del materiale intimo comporta dei rischi – il 79% di loro definisce pericolosa questa pratica. Sono però consapevoli dei mezzi per tutelarsi? Quasi tutti sanno di poter denunciare e chiedere la rimozione del contenuto diffuso senza il proprio consenso. Il sentimento su cui andare a lavorare è la vergogna: “Soprattutto i ragazzi provano vergogna nel denunciare perché devono dimostrare di essere forti. La nostra preoccupazione è che questo sentimento possa farli desistere dal denunciare. Nei nostri incontri cerchiamo di far capire loro che non devono averla perché è l’altra persona che, condividendo quelle immagini senza il loro consenso, sta commettendo il reato di condivisione non consensuale di immagini intime, o il reato di adescamento online.

8 giovani su 10 sono stati contattati online da sconosciuti

Inoltre, l’80% del campione ha affermato di essere stato contattato online da parte di sconosciuti. Le reazioni sono diverse per genere. Se per tutti emerge una sensazione di fastidio, le ragazze sono anche spaventate mentre i ragazzi si dimostrano curiosi.

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