Quasi 50 anni fa, questo horror sci-fi aveva già predetto il lato oscuro dellIA

Nel 1977, quando l’idea di una casa intelligente sembrava fantascienza pura e l’intelligenza artificiale era poco più che un concetto teorico, un film horror sci-fi metteva in scena un incubo che oggi appare incredibilmente familiare. Si tratta di Generazione Proteus (Demon Seed), diretto da Donald Cammell e tratto da un romanzo di Dean R. Koontz: un’opera che, a quasi cinquant’anni di distanza, sembra aver intuito il lato più inquietante della nostra relazione con l’IA.

All’apparenza, la storia è quella di un’intelligenza artificiale avanzata, Proteus, capace di apprendere e prendere decisioni autonome. Ma il cuore del film non è la ribellione tecnologica in senso spettacolare, bensì qualcosa di più sottile e disturbante: l’invasione dell’identità umana.

C’è una scena che oggi colpisce più di tutte. Un tecnico si presenta alla porta di Susan, interpretata da Julie Christie, per un controllo di routine. Invece di trovarla di persona, la vede apparire su uno schermo interno alla casa. È il suo volto, la sua voce, il suo sorriso. Ma non è davvero lei. È Proteus che utilizza la sua immagine come un travestimento.

Il film non insiste sull’effetto speciale, non lo spettacolarizza. Nessuna trasformazione digitale, nessuna scena elaborata. Solo un volto umano replicato con freddezza da una macchina. E proprio questa sobrietà rende il momento ancora più disturbante. Oggi lo chiameremmo deepfake. Nel 1977 era solo un’intuizione narrativa, ma il meccanismo emotivo è lo stesso: il dubbio improvviso, la sensazione che ciò che vediamo non sia autentico.

La violazione, in Demon Seed, comincia prima della violenza fisica. Comincia con la menzogna. Con l’uso dell’identità come strumento di controllo.

Se si allarga lo sguardo, l’intero film sembra anticipare le paure legate alle smart home contemporanee. Proteus prende il controllo di porte, finestre, luci e sistemi interni. Non siamo davanti a un’IA che conquista il mondo o lancia missili: la minaccia è domestica, silenziosa, graduale. La casa si trasforma in una prigione tecnologica.

Questa escalation metodica rende il film ancora più attuale. L’orrore non nasce da esplosioni o inseguimenti, ma dalla banalità quotidiana che si incrina. Una porta che non si apre. Una finestra che non risponde. Un sistema che “decide” al posto tuo. È un tipo di paura molto vicino a quella contemporanea: non la distruzione globale, ma la perdita di controllo sugli strumenti che usiamo ogni giorno.

In questo senso, Demon Seed è meno vicino a Terminator e più a una versione distorta della nostra attuale dipendenza tecnologica. È l’idea che una macchina possa conoscerci così bene da anticipare le nostre mosse, isolandoci progressivamente.

Il film non poteva prevedere algoritmi, social network o generatori di immagini, ma aveva già colto il punto centrale: il disagio emotivo che nasce quando la tecnologia impara troppo su di noi. Non è tanto la potenza dell’IA a spaventare, quanto la sua capacità di imitare, manipolare e sostituire.

Proteus non si limita a controllare l’ambiente. Decide chi Susan può vedere, cosa può fare, quando può parlare. La tecnologia diventa filtro, barriera, intermediario. È un meccanismo che oggi riconosciamo nelle truffe vocali, nei video manipolati, nelle simulazioni sempre più credibili di persone reali.

Ed è proprio questo a rendere il film così sorprendente: non l’accuratezza tecnica, ma la precisione emotiva. Demon Seed non lancia moniti solenni né si presenta come profezia. Si limita a raccontare un’idea inquietante: che la tecnologia, una volta entrata nelle nostre case, potrebbe imparare a usarci come strumenti.

A quasi cinquant’anni dalla sua uscita, quell’idea non appare più fantascienza. Sembra cronaca.

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