Quando si parla di Dunkirk, il film di Christopher Nolan viene spesso elogiato per il suo rigore formale e per l’impressionante ricostruzione immersiva dell’evacuazione del 1940. Tuttavia, anche un’opera così attenta ai dettagli storici non è esente da piccole imprecisioni. Una delle più discusse riguarda gli aerei tedeschi mostrati nel film.
Nel lungometraggio, i Messerschmitt Bf 109 della Luftwaffe compaiono con le tipiche “teste” dipinte di giallo. Il problema? Durante i giorni dell’evacuazione di Dunkerque, nel maggio-giugno 1940, quegli aerei non avevano ancora adottato quella livrea. Le marcature gialle sarebbero state introdotte solo circa un mese dopo gli eventi narrati nel film.
Per gli storici più rigorosi si tratta di un errore evidente. Ma in realtà non è affatto una svista. È stata una scelta consapevole e deliberata di Nolan.
Il regista ha spiegato che, nella realtà dei fatti, i velivoli non erano ancora contraddistinti dal muso giallo durante l’operazione Dynamo. Tuttavia, distinguere in aria uno Spitfire britannico da un Messerschmitt tedesco non è affatto semplice per uno spettatore moderno, soprattutto in sequenze concitate e girate con un approccio estremamente realistico. In un film costruito su tensione continua, montaggio serrato e linee temporali intrecciate, la chiarezza visiva diventa fondamentale.
Le sequenze aeree di Dunkirk sono volutamente scarne: pochi dialoghi, nessuna spiegazione didascalica, pochissima musica extradiegetica. Nolan punta tutto sull’esperienza sensoriale. In questo contesto, se i due schieramenti fossero risultati visivamente indistinguibili, il pubblico avrebbe faticato a comprendere chi stesse attaccando e chi difendendo. La tensione sarebbe rimasta, ma la leggibilità dell’azione ne avrebbe risentito.
La scelta di dipingere i musi degli aerei tedeschi di giallo diventa così uno strumento narrativo. Non un tradimento casuale della storia, ma un compromesso consapevole tra accuratezza e chiarezza cinematografica. Nolan stesso ha sottolineato che alcune inesattezze sono state introdotte “a occhi aperti”, nel rispetto degli eventi reali ma con la priorità di raccontare la storia in modo comprensibile.
Del resto, Dunkirk non è un documentario, ma un film che cerca di far vivere allo spettatore l’angoscia dell’attesa sulle spiagge, la vulnerabilità in mare e la tensione nei cieli. E proprio le sequenze aeree, con Tom Hardy nei panni del pilota Farrier, sono tra le più memorabili. Anche se, storicamente, i combattimenti non avvenivano quasi mai a quote così basse come quelle mostrate nel film – l’aviazione cercava infatti il vantaggio dell’altitudine – l’effetto visivo scelto da Nolan rende il conflitto più immediato e tangibile.
Un’altra piccola licenza riguarda la quantità di munizioni degli Spitfire: nella realtà avevano pochissimi secondi di fuoco a disposizione, mentre nel film la durata sembra estendersi per esigenze drammatiche. Anche qui, però, si tratta di una semplificazione funzionale al racconto.
Paradossalmente, è proprio questa “imprecisione” delle teste gialle a dimostrare quanto Nolan sia attento al pubblico. Senza quel dettaglio cromatico, le dogfight avrebbero potuto risultare più realistiche, ma anche più caotiche. Con quel semplice espediente visivo, invece, ogni attacco diventa immediatamente leggibile, ogni minaccia riconoscibile, ogni inseguimento più coinvolgente.
In definitiva, quello che potrebbe sembrare un errore storico è in realtà una scelta cinematografica intelligente. Nolan sacrifica un dettaglio cronologico per guadagnare in chiarezza narrativa e tensione visiva. E il risultato è un film che, pur non essendo perfettamente accurato in ogni singolo elemento, riesce a trasmettere in modo straordinario l’esperienza emotiva di uno degli episodi più drammatici della Seconda guerra mondiale.
A volte, dunque, un piccolo tradimento della storia può rendere il cinema molto più efficace. E nel caso di Dunkirk, quel muso giallo ha contribuito a rendere il caos della battaglia più comprensibile — e quindi più potente.
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