Il punto politico è evidente: l’assenza di alternative europee competitive rende difficile ogni postura “protezionista”. “C’è certamente un tema di dipendenza dai cloud provider americani e dalle AI non europee. Ma qui il tema di base è quello di usare in modo safe gli strumenti che abbiamo”.
Dal gossip tra Ceo alla trasparenza dei modelli
Al summit indiano, racconta Benifei, l’attenzione mediatica si è concentrata anche su dettagli secondari come il mancato saluto tra i vertici di OpenAI e Anthropic, cioè tra Sam Altman e Dario Amodei, reduci dalle polemiche dovute agli spot andanti in onda durante il Superbowl. “Mi fa un po’ sorridere che l’attenzione sia tutta su queste cose, più che sui contenuti emersi”. E i contenuti, invece, sono stati rilevanti. “È emersa una forte convergenza sulla necessità di rendere trasparenti i sistemi AI, in linea con le previsioni dell’AI Act. In particolare, sul tema della riconoscibilità dei contenuti generati artificialmente. Il premier indiano Narendra Modi è stato durissimo nel chiedere che i contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale siano chiaramente identificabili, attraverso sistemi di watermarking e segnatura digitale“.
Una linea condivisa anche dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier spagnolo Pedro Sánchez che hanno ribadito la necessità di limitazioni più severe per l’uso dei social da parte dei minori. “Il taglio del summit è stato interessante, più orientato alle applicazioni concrete – industria, agricoltura, sanità – e a un approccio pragmatico”.
Le medie potenze contro il duopolio
Un altro elemento chiave è la convergenza tra le middle powers, le medie potenze. “C’è stata una forte presenza di leader africani, del Sudest asiatico, e di paesi che non vogliono essere semplici spettatori del confronto tra Washington e Pechino”. Con la Cina quasi assente per ragioni geopolitiche evidenti nei rapporti con l’India e gli Stati Uniti presenti soprattutto con i vertici industriali ma politicamente con la testa ad altri lidi, in India si è cucita l’idea di un’alleanza tra potenze intermedie per costruire appunto un’alternativa al dominio tecnologico americano-cinese.
“In questo senso ho visto una convergenza interessante tra l’approccio indiano, molto concreto, e la strategia europea”. Meno positiva la valutazione sul ruolo italiano. “Ho visto ministri e delegazioni di Canada, Francia, Germania, Giappone, Svizzera, con una presenza incisiva per più giorni. L’Italia ha avuto il ministro per meno di 24 ore. La sensazione è che siamo stati marginali. Come dire: siamo stati osservatori come al Board of Peace, ma qui forse avremmo dovuto partecipare”.


