Nei film di fantascienza l’inizio non è mai un semplice “via” alla storia: è una soglia. In pochi minuti deve convincerti che quel mondo esiste davvero, darti coordinate emotive e visive, suggerire regole e ambizioni, spesso senza spiegare troppo. È un genere che chiede fiducia immediata, perché ti porta altrove: nel futuro, nello spazio, dentro un’idea. E quando un’apertura riesce a farti sentire piccolo e, allo stesso tempo, chiamato in causa, allora ha già vinto.
Per questo, a distanza di quasi sessant’anni, l’avvio di 2001: Odissea nello spazio resta un punto fermo, ancora oggi difficilissimo da eguagliare. La celebre sequenza dell’Alba dell’uomo non ha bisogno di dialoghi, e proprio in questa scelta trova la sua forza: Stanley Kubrick ha costruito un racconto puramente cinematografico, fatto di immagini e musica, che in pochi passaggi ha condensato il senso del film e, in modo più ampio, una riflessione sull’umanità.
Tutto parte con un’atmosfera primordiale e con l’uso perfetto di Così parlò Zarathustra di Richard Strauss, che accompagna la scena come un motore invisibile. Il suono cresce insieme a ciò che vediamo: una scimmia che intuisce, quasi per illuminazione, come un osso possa diventare uno strumento. È una scoperta elementare, eppure messa in scena come un salto mentale, un primo gradino verso qualcosa di più grande. L’immagine della creatura che “abbraccia” la propria intuizione è già potentissima, ma Kubrick rilancia con un gesto che è entrato nella storia.
Quando l’osso viene lanciato in aria, ruota su sé stesso e, con un match cut fulmineo, diventa un satellite in orbita attorno alla Terra. Un solo taglio e meno di un secondo per attraversare quattro milioni di anni: dalla prima arma alla tecnologia più avanzata e distruttiva. È qui che l’apertura si fa definitiva. Non sta solo raccontando un salto evolutivo: sta collegando l’impulso a dominare e innovare, mostrando come il desiderio di potere e progresso sia lo stesso, anche se cambiano gli strumenti.
Dentro quella sintesi, c’è già tutta l’idea di 2001: il monolite come sveglia evolutiva, l’avanzamento della coscienza legato a rotture radicali, mai davvero pacifiche. Perché l’alba di Kubrick non è un idillio: è una frattura violenta, il momento in cui l’intelligenza si accompagna alla sopraffazione. Ed è proprio questa lucidità, unita a una messa in scena impeccabile, a rendere la sequenza ancora oggi la migliore: non invecchia, non si spiega troppo, non cerca di piacere. Ti trascina dentro un’idea enorme e ti costringe a guardarla.
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