Nonostante sia uscito oltre 30 anni fa, Seven continua a esercitare quel tipo di fascino che pochi thriller riescono a mantenere intatto: lo rivedi e, anche se sai dove va a parare, ti lascia addosso la stessa inquietudine. È uno di quei film che hanno generato un lessico comune, immagini e frasi entrate nella cultura pop, e soprattutto domande che si trascinano dietro per decenni. Tra tutte, ce n’è una che ha alimentato discussioni infinite, tra chi era convinto di ricordare “qualcosa” e chi sosteneva che il film fosse stato chiarissimo senza bisogno di mostrare nulla: cosa c’era davvero dentro la famigerata scatola del finale?
Per rimettere in ordine i pezzi: Seven segue due detective agli antipodi, uno vicino alla pensione (Morgan Freeman) e l’altro giovane e determinato (Brad Pitt), impegnati a fermare un serial killer che costruisce i suoi delitti come una macabra lezione morale (Kevin Spacey), punendo le vittime secondo i sette peccati capitali. La caccia si stringe fino al punto più spietato quando l’assassino, John Doe, si consegna e li guida in un luogo isolato per completare il suo disegno. Nella logica della storia, la scatola contiene la testa della moglie del detective Mills, uccisa mentre era incinta: l’ultimo tassello necessario a spingere Mills a premere il grilletto e “chiudere” il cerchio con l’ira. Un epilogo nerissimo, diventato leggenda anche perché gioca tutto sul non detto, sul peso dell’immaginazione e sul volto di chi scopre l’orrore prima di noi.
Eppure, con il passare degli anni, attorno a quella scatola si è costruito un vero mito parallelo. C’è chi ha sostenuto che una testa si vedesse davvero, chi parlava di una replica perfettissima della testa di Gwyneth Paltrow, chi era convinto di ricordare un’inquadratura esplicita poi “sparita” nelle versioni successive. In mezzo, l’inevitabile cortocircuito della memoria collettiva: il classico Effetto Mandela applicato al cinema, dove la sicurezza del ricordo non coincide necessariamente con ciò che è sullo schermo. Persino l’idea che qualcuno possa aver confuso quel dettaglio con immagini di altri film, o con suggestioni nate online, ha finito per alimentare ulteriormente la leggenda.
A chiudere (almeno in teoria) la questione ci ha pensato direttamente David Fincher, intervenendo in un’intervista a Entertainment Weekly per chiarire, senza troppi giri di parole, cosa venne usato davvero sul set. «È ridicolo – ha raccontato Fincher – Penso che avessimo solo un sacchetto di pallini da sette o otto chili. Avevamo fatto delle ricerche per capire l’indice di massa corporea di Gwyneth Paltrow e quanto dovesse pesare la sua testa. Avevamo un’idea di quanto sarebbe stata pesante e su quanto mettere dentro». Non una testa finta iperrealistica, quindi, ma un trucco pratico pensato per restituire la sensazione fisica del peso.
Fincher ha anche spiegato gli accorgimenti messi in campo per rendere credibile la reazione e “sporcare” la scena quel tanto che bastava a far lavorare l’immaginazione dello spettatore: «Ci abbiamo messo una parrucca, in modo che quando Morgan avesse aperto la scatola, se ci fosse stato un po’ di questo nastro che era stato usato per sigillare la scatola si sarebbero visti – ha detto il regista – Credo quindi che fosse una busta di pallini e una parrucca un po’ sporca di sangue, così alcuni dei capelli sarebbero rimasti uniti. Morgan ha aperto 16 o 17 di queste cose. Ma come dico sempre, non c’è bisogno di vedere cosa c’è nella scatola se c’è Morgan Freeman».
Il “mistero”, insomma, ha una risposta molto più concreta di quanto la leggenda abbia raccontato per anni. Ma proprio qui sta il paradosso: Seven è talmente potente nella messa in scena e nella recitazione da aver convinto molti spettatori di aver visto qualcosa che in realtà non viene mai mostrato. E forse è anche questo uno dei segreti della sua longevità: non importa cosa ci fosse davvero nella scatola, perché il film ha sempre saputo farci credere di conoscerne il contenuto.
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