Emerald Fennell lo aveva promesso senza troppi giri di parole: la sua versione di Cime Tempestose sarebbe stata una rivisitazione spinta, “appiccicosa e oscura”, capace di trasformare un classico ottocentesco in qualcosa di più carnale, disturbante e contemporaneo. E in effetti il film, con Jacob Elordi e Margot Robbie nei panni di Heathcliff e Catherine, sta sorprendendo soprattutto per il tono: non tanto per l’aderenza scolastica al romanzo di Emily Brontë, quanto per il modo in cui lo riscrive attraverso immagini e scelte che puntano a scuotere lo spettatore. Ci sono sequenze che cambiano ritmo e intensità rispetto alle versioni più tradizionali, momenti in cui la relazione tossica tra i due protagonisti assume contorni ancora più febbrili. Eppure, proprio dentro questo impianto che sembra pensato per spingere sull’acceleratore, c’è un’assenza che spicca più di tutte: una scena celebre del libro che sarebbe stata perfetta per un film di Emerald Fennell. Forse fin troppo, infatti.
Nel romanzo, dopo la morte di Catherine, Heathcliff non si limita a un dolore composto. Impazzisce. Brontë descrive una deriva gotica che è diventata uno dei passaggi più iconici dell’intera storia: Heathcliff si getta nella tomba di Cathy, scava fino alla bara, riesuma il corpo e arriva perfino a tagliare il lato del feretro, con l’idea ossessiva che un giorno, quando anche lui sarà sepolto accanto a lei, terra e ceneri possano mescolarsi. È un gesto estremo, blasfemo, feroce, che rende evidente quanto l’amore di Heathcliff sia anche possessione, violenza, incapacità di accettare la separazione. Una sequenza che, letta oggi, sembra già cinema: macabra, fisica, “hardcore” nel senso più emotivo e tragicamente carnale del termine.
Proprio per questo sorprende che Fennell abbia scelto una strada più trattenuta. Nel film, il lutto di Heathcliff viene messo in scena con toni più “da period drama”: lacrime, abbracci, il corpo di Catherine stretto a sé a letto. Un dolore riconoscibile, umano, ma decisamente meno disturbante di quello che Brontë aveva scolpito sulla pagina. E allora viene spontaneo chiedersi: perché tagliare il momento più folle e gotico, quello che avrebbe incarnato alla perfezione la fama della regista?
La risposta, in controluce, sembra legata a Saltburn. Fennell aveva già dichiarato di essersi ispirata proprio a Cime Tempestose per una delle sequenze più controverse del suo film del 2023: quella in cui Oliver, interpretato da Barry Keoghan, simula un rapporto sulla tomba di Felix. Un’immagine che richiama la stessa idea di desiderio e perdita che si trasforma in gesto deviante, e che la regista ha collegato apertamente alla scena in cui Heathcliff scava per raggiungere la bara di Cathy. Inserire nel nuovo Cime Tempestose la versione “originale” di quel momento avrebbe rischiato di farlo apparire come un’autocopia, un déjà-vu in piena regola: ripetitivo, e soprattutto troppo vicino a un’immagine che il pubblico associa già al suo cinema recente.
Così, paradossalmente, la scena perfetta per Fennell è stata esclusa proprio perché era già diventata “fennelliana” altrove. Una scelta che spiega l’assenza e, allo stesso tempo, alimenta il dibattito: in un film presentato come una rivisitazione spinta, l’idea più sconvolgente era già nel romanzo. E forse il problema, questa volta, è stato decidere quanto spingersi senza ripetersi.
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