Paul Dano rompe il silenzio sugli insulti di Tarantino. E la risposta è da applausi!

Dopo settimane in cui il suo nome è rimasto al centro del dibattito senza che lui dicesse una parola, Paul Dano ha deciso di intervenire per la prima volta sulla polemica innescata da Quentin Tarantino. E lo ha fatto scegliendo l’arma più efficace quando la miccia è già accesa: la misura. Niente risposta a tono, nessuna controffensiva personale, nessuna voglia di trasformare l’episodio in una guerra di dichiarazioni.

Il caso, com’è noto, era esploso quando Tarantino, durante una conversazione legata alla sua classifica dei migliori film del XXI secolo, aveva inserito There Will Be Blood (Il Petroliere) di Paul Thomas Anderson al quinto posto. Dopo aver lodato il film, il regista aveva però indicato in Dano il motivo per cui, a suo dire, l’opera non poteva salire più in alto. Le parole usate erano state durissime e, per molti, sproporzionate: Dano era stato definito «l’attore più fo**utamente) debole della SAG» e additato con un insulto volgare che ha fatto immediatamente il giro dei social. Nello stesso flusso di giudizi, Tarantino aveva coinvolto anche Owen Wilson e Matthew Lillard, liquidandoli con frasi altrettanto tranchant.

L’effetto, però, è stato quasi immediato e in direzione opposta: anziché isolare Dano, quell’attacco ha generato una reazione di solidarietà molto ampia. Nei giorni successivi diversi colleghi e addetti ai lavori si sono schierati dalla sua parte, tra messaggi pubblici e dichiarazioni riprese dalla stampa. Daniel Day-Lewis, coprotagonista de Il Petroliere, è stato tirato in mezzo da un equivoco nato online, ma ha comunque ribadito la stima per Dano e ricordato che avrebbe avuto un ruolo decisivo nel suggerirlo per la parte. Anche George Clooney è intervenuto pubblicamente, dicendo: «A proposito, Paul Dano, Owen Wilson e Matthew Lillard, sarei onorato di lavorare con loro. Onorato… e non mi piace vedere le persone essere crudeli». E ha chiuso con una frase ancora più diretta: «Viviamo in tempi crudeli. Non abbiamo bisogno di aggiungervi nulla».

La replica di Dano è arrivata in un contesto diverso, lontano dalle logiche della rissa: una domanda ricevuta alla vigilia della proiezione per il 20° anniversario di Little Miss Sunshine al Sundance Film Festival. E prima ancora che potesse rispondere lui, a prendere parola è stata Toni Collette, che nel film era al suo fianco e che non ha avuto alcuna pazienza per l’argomento: «Ne vogliamo davvero parlare? Fancu*o quel tizio! Dev’essere stato fatto… era semplicemente confuso. Chi fa una cosa del genere?».

Quando è toccato a Dano, la sua reazione è stata l’esatto contrario del registro che aveva acceso la polemica. Prima ha riconosciuto la portata del sostegno ricevuto: «È stato davvero bello». Poi ha aggiunto la frase che, di fatto, spiega perché la sua sia una risposta “da applausi” proprio perché non cerca lo scontro: «Ero anche incredibilmente grato che il mondo parlasse per me così non ho dovuto farlo io». In sostanza, Dano ha fatto bene a non rispondere a tono: ha lasciato che a parlare fossero l’affetto, la stima, la compattezza di chi lo considera un collega e un interprete di valore, senza prestarsi alla spirale dell’insulto.

A intervenire sono stati anche Jonathan Dayton e Valerie Faris, i registi di Little Miss Sunshine. Dayton ha definito le uscite di Tarantino «un imbarazzo» e ha aggiunto: «Posso solo pensare che la crudezza della sua interpretazione abbia messo Tarantino a disagio. Non poteva essere facilmente catalogato». Faris ha insistito su un dettaglio rivelatore di tutta la vicenda: «Sai cosa è stato interessante? Le persone che sono uscite per difendere Paul. È amato da tante persone».

E in fondo, la solidità della risposta collettiva ha senso anche guardando la carriera di Dano, costruita proprio su ruoli che restano in testa e che raramente puntano alla “facilità”. Il Petroliere è diventato uno dei titoli più citati del cinema americano contemporaneo anche per il suo equilibrio di tensioni, e il personaggio interpretato da Dano è parte essenziale di quel duello morale e spirituale che regge l’intero film. Ma prima ancora, per molti, era stato impossibile dimenticarlo in Little Miss Sunshine, dove la sua presenza contribuiva a definire il tono agrodolce e spigoloso del racconto.

Negli anni ha continuato a scegliere personaggi di forte impatto, come in Prisoners, muovendosi tra cinema indipendente e produzioni più ampie senza perdere quella qualità che lo rende riconoscibile: una recitazione spesso sottratta, inquieta, capace di far rumore anche quando parla piano. In questo senso, il modo in cui ha chiuso la polemica è perfettamente coerente con il suo percorso: non alzare il volume, ma lasciare che siano le cose — e gli altri — a dire ciò che conta.

Fonte: Variety

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