Diagrammi, linee temporali intrecciate, forum pieni di teorie e spiegazioni che sembrano non esaurirsi mai: Primer è uno di quei film che non smettono di vivere dopo i titoli di coda. A più di vent’anni dalla sua uscita, continua a essere discusso, sezionato e reinterpretato come pochi altri titoli di fantascienza, proprio perché rifiuta ogni forma di semplificazione. Non è un film che spiega il viaggio nel tempo: lo mette in scena come un problema irrisolvibile.
Girato quasi interamente in un garage di Dallas con un budget di appena 7.000 dollari, Primer è stato scritto, diretto, montato, musicato e interpretato da Shane Carruth, allora ex ingegnere informatico al suo esordio cinematografico. Il film vinse il Grand Jury Prize al Sundance Film Festival, ma non riuscì a conquistare il pubblico mainstream. All’uscita venne bollato come freddo, incomprensibile e persino noioso. Oggi, però, quello stesso rigore è ciò che lo rende un oggetto unico nel panorama sci-fi.
La trama, ridotta all’essenziale, segue due ingegneri, Aaron e Abe, che nel tempo libero cercano di sviluppare una tecnologia in grado di ridurre il peso degli oggetti. La scoperta del viaggio nel tempo avviene quasi per errore, quando notano che all’interno del loro macchinario il tempo accelera e si ripete. Non c’è alcuna epifania spettacolare, né una rivelazione eroica: solo un’anomalia osservata con metodo scientifico, che apre la porta a qualcosa di molto più grande e pericoloso.
La vera intuizione di Primer sta nelle regole che impone. Per tornare indietro nel tempo non basta premere un pulsante: bisogna prima attendere che il tempo passi. Se si vuole tornare indietro di sei ore, è necessario restare chiusi sei ore in una scatola angusta, respirando aria riciclata. Si può viaggiare solo fino al momento in cui la macchina è stata attivata. Nessun assassinio di Hitler, nessuna riscrittura della Storia: il viaggio nel tempo è limitato, fisico, logorante.
Queste restrizioni trasformano la fantascienza in un rompicapo logistico. Aaron e Abe iniziano a usare la macchina per guadagnare in borsa, attivando il dispositivo al mattino, isolandosi per evitare di incontrare le proprie versioni passate e tornando indietro solo per sfruttare informazioni già note. Il film mostra questa routine senza enfasi, attraverso immagini spoglie e dialoghi tecnici, privi di spiegazioni per lo spettatore. Primer non accompagna il pubblico: lo costringe a tenere il passo.
La confusione che molti spettatori hanno sempre rimproverato al film non è un errore, ma una scelta narrativa precisa. Le linee temporali si sovrappongono, i personaggi si duplicano, le scene si interrompono bruscamente e i voice-over anticipano eventi che non comprendiamo ancora. La sensazione di smarrimento è la stessa che provano i protagonisti, sempre meno in grado di distinguere ciò che è accaduto da ciò che deve ancora accadere.
Man mano che i loop aumentano, anche l’etica dei personaggi si sgretola. Aaron e Abe iniziano a mentirsi, a manipolare le versioni alternative di se stessi, a costruire “piani di emergenza” per riscrivere intere giornate senza che l’altro lo sappia. In uno dei momenti più inquietanti del film, scopriamo che un personaggio sta recitando una conversazione già vissuta, ascoltandola in cuffia, per ingannare il proprio amico. A quel punto, il controllo del tempo coincide con la perdita totale dell’identità.
Il finale rifiuta qualsiasi forma di risoluzione rassicurante. Non c’è una linea temporale “corretta” da ripristinare, né un errore da cancellare. L’amicizia tra i due protagonisti si dissolve in una guerra fredda silenziosa, mentre l’idea di un nuovo esperimento ancora più ambizioso suggerisce che il ciclo di abuso continuerà. In Primer, il viaggio nel tempo non porta conoscenza o progresso, ma solo paranoia, esaurimento e isolamento.
È questa visione spietata e profondamente moderna a rendere Primer ancora oggi così radicale. Carruth sembra suggerire che, se l’umanità potesse davvero piegare il tempo, non lo farebbe per salvare il mondo, ma per ottenere vantaggi personali, accumulare denaro e tradire chi le è più vicino. Nessun romanticismo, nessun eroismo: solo la logica fredda del potere applicata alla fisica.
Forse Primer non avrebbe potuto essere realizzato in un grande studio, né allora né oggi. Il suo minimalismo, i dialoghi mormorati e la struttura che richiede attenzione assoluta lo rendono un film ostile al consumo rapido. Ma è proprio per questo che, a distanza di 22 anni, continua a essere considerato il viaggio nel tempo più intelligente mai portato sullo schermo: non perché sia perfetto, ma perché non concede nulla allo spettatore, se non la possibilità di perdersi davvero.


