Cannes, 1960. Michelangelo Antonioni porta sulla Croisette il suo nuovo film, L’Avventura, convinto di presentare un’opera capace di consolidare il suo status di autore ormai riconosciuto. Accade invece l’opposto. La proiezione si trasforma in un’esperienza traumatica: fischi, risatine, spettatori che abbandonano la sala prima dei titoli di coda. L’accoglienza è fredda, a tratti apertamente ostile, e le accuse che piovono sul film parlano di vuoto, di pretenziosità, di incomprensibilità. Eppure, proprio quel titolo destinato a dividere segnò una frattura profonda nella storia del cinema e oggi è considerato uno dei capolavori assoluti del Novecento.
L’Avventura è un film che rifiuta qualsiasi approccio immediato. La storia, almeno all’inizio, sembra promettere un impianto da mistery: un gruppo di amici appartenenti all’alta borghesia romana parte per una gita in barca nel Mediterraneo. Durante una sosta su un’isola deserta, Anna, interpretata da Lea Massari, scompare improvvisamente. Tutto lascia pensare a un giallo, a una ricerca destinata a trovare una soluzione. Ma Antonioni spiazza lo spettatore: non c’è una risposta, non c’è un colpevole, non c’è nemmeno una vera urgenza narrativa di spiegare l’accaduto. La scomparsa si dissolve lentamente, lasciando spazio a un’assenza che diventa simbolica, specchio del vuoto emotivo dei personaggi.
Il fidanzato di Anna, Sandro, interpretato da Gabriele Ferzetti, e l’amica Claudia, con il volto magnetico di Monica Vitti al suo primo ruolo davvero centrale, intraprendono una relazione ambigua e fragile. Non è una storia d’amore nel senso tradizionale, ma un legame nato dallo spaesamento, dal bisogno di colmare un senso di perdita che resta indefinito. I loro gesti sembrano dettati più dalla confusione che dal desiderio, come se cercassero nell’altro una direzione che non riescono a trovare dentro di sé. Antonioni non offre consolazioni: il film si muove sul terreno dell’incomunicabilità, dell’alienazione, dell’incapacità di stabilire legami autentici nella modernità.
Con L’Avventura, il regista compie una rottura netta con il neorealismo da cui proveniva. Non è più interessato al racconto lineare o alla rappresentazione sociale in senso classico, ma agli stati d’animo, alle assenze, alle crepe interiori. I personaggi non hanno obiettivi chiari né evoluzioni rassicuranti: vagano in spazi che riflettono il loro disagio, luoghi aperti e desolati, scogliere, architetture incomplete, città che sembrano svuotate di significato. Il paesaggio non è semplice sfondo, ma parte integrante della narrazione, un’estensione visiva dell’inquietudine interiore.
All’epoca, molti giudicarono il film insostenibile, lento, privo di senso. Oggi appare evidente come fosse semplicemente troppo in anticipo sui tempi. La messa in scena rigorosa di Antonioni, il rifiuto delle convenzioni narrative, l’uso rivoluzionario del tempo e dello spazio, le inquadrature lunghe e apparentemente statiche aprirono nuove possibilità al cinema d’autore. L’Avventura influenzò profondamente registi come Tarkovskij, Bergman, Scorsese e Wong Kar-wai, contribuendo a ridefinire il concetto stesso di racconto cinematografico.
Dopo le polemiche iniziali, il film venne comunque riconosciuto a Cannes con il Premio della Giuria, un segnale importante di rivalutazione. Con il passare degli anni, la sua reputazione è cresciuta costantemente: è entrato nelle classifiche dei migliori film di sempre, è diventato oggetto di studi accademici ed è tuttora proiettato nei cineclub di tutto il mondo. Insieme a La Notte e L’Eclisse, fa parte della cosiddetta trilogia dell’incomunicabilità, un’indagine lucida e spietata sul vuoto relazionale e sulla crisi dell’identità nell’Italia del boom economico.
A più di sessant’anni dall’uscita, L’Avventura continua a dividere. È un film che chiede tempo, attenzione e disponibilità all’ambiguità, che rifiuta l’intrattenimento facile e l’empatia immediata. Non offre risposte, ma costringe lo spettatore a confrontarsi con il vuoto e il silenzio. Chi lo fischiò a Cannes nel 1960 probabilmente non era pronto. La storia del cinema, però, ha dimostrato di esserlo diventata.
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