Nel 1985 questo film ha inconsapevolmente cambiato la storia del cinema. Ma nessuno lo ricorda

Per la stragrande maggioranza del pubblico, il momento spartiacque che vide l’arrivo sul grande schermo delle immagini generate al computer, altrimenti note con l’acronico “CGI”, è da far risalire nientemeno che a capolavori come Terminator 2 – Il giorno del giudizio di James Cameron e Jurassic Park di Steven Spielberg, arrivati rispettivamente nel 1991 e nel 1993.

Sebbene la meraviglia della computer grafica abbia assunto agli occhi degli spettatori i contorni di una improvvisa e stupefacente rivoluzione, la sua esplosione è stata il frutto di un lungo ma costante percorso di sperimentazioni iniziate già negli anni ’60. Nel 1982 film come Star Trek II – L’ira di Khane Tron e due anni più tardi Giochi stellari hanno contribuito a ridefinire i confini degli effetti visivi. Esiste tuttavia un fondamentale punto di svolta che ha visto il suo esordio assoluto in un film sorprendentemente sottovaluto e poco conosciuto.

Stiamo parlando di Piramide di paura (Young Sherlock Holmes), diretto da Barry Levinson e uscito nel dicembre del 1985. Prodotto dalla Amblin Entertainment – quindi con Steven Spielberg direttamente coinvolto – il film portò sullo schermo una scena che fino a quel momento sarebbe stata considerata impensabile. Ma facciamo un passo indietro.

L’indagine al centro del film ruota attorno a una serie di misteriose morti nella Londra vittoriana, causate da terrificanti allucinazioni. Una delle sequenze più memorabili vede il reverendo Duncan Nesbitt terrorizzato da una visione che non può essere reale: il religioso vede infatti il cavaliere rappresentato nella vetrata gotica di una chiesa prendere improvvisamente vita e farsi minacciosamente avanti. La visione lo spinge a fuggire in preda al panico, per poi finire travolto da una carrozza.

Il cavaliere doveva risultare sufficientemente reale e minaccioso da rendere credibile il terrore del reverendo, tuttavia per Levinson, Spielberg e lo sceneggiatore Chris Columbus era necessario fare un salto di qualità e portare la creatura ad “esistere” sullo schermo. Per realizzarla, Spielberg chiamò in causa la Lucasfilm e la Industrial Light & Magic, che coinvolsero anche una loro divisione emergente oggi ben nota, la Pixar, che in quegli anni stava affinando un linguaggio visivo completamente nuovo.

Sotto la supervisione del leggendario 9 volte premio Oscar Dennis Muren della Industrial Light & Magic, e grazie alla geniale idea della collaboratrice e moglie Zara Muren, il cavaliere venne concepito come un insieme di lastre di vetro piatte e animate in sincronia. Una scelta estetica geniale, che rese l’effetto tanto suggestivo quanto credibile e che valse al film una nomination all’Oscar per i Migliori effetti speciali. Il risultato fu la creazione del primo personaggio completamente realizzato in computer grafica mai apparso in un film. Una scena breve, ma dalla portata incredibilmente rivoluzionaria, e che ha di fatto cambiato la storia del cinema.

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Foto: Paramount Pictures

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