The Sinner in Me: la storia del remix fantasma dei Depeche Mode firmato Ricardo Villalobos

Ci sono canzoni pubblicate, canzoni dimenticate e poi ci sono dischi che sembrano vivere in uno spazio intermedio: esistono, sono stati suonati davanti a migliaia di persone, hanno circolato tra DJ e collezionisti, sono diventati oggetti di culto, ma non hanno mai avuto una vera vita commerciale.
“The Sinner in Me (Ricardo Villalobos Conclave Remix)” dei Depeche Mode appartiene a quest’ultima categoria.
Quasi tredici minuti di minimal techno, percussioni, bassi elastici e soprattutto la voce di Dave Gahan lasciata sorprendentemente riconoscibile al centro della composizione.
Una traccia nata nel 2006 dall’incontro tra due mondi apparentemente lontani: quello dei Depeche Mode, una delle band che più di ogni altra ha contribuito a portare la musica elettronica nella cultura popolare, e quello di Ricardo Villalobos, figura centrale della minimal house e della techno europea.
Il risultato è diventato un piccolo mito della musica elettronica.
Ma c’è un particolare importante: spesso viene descritto come un remix “mai pubblicato”. La realtà è leggermente diversa.
Fu pubblicato ufficialmente, ma praticamente mai messo realmente in vendita.
Ed è forse proprio per questo che, vent’anni dopo, continua ad avere un fascino particolare.
Prima del remix c’era “The Sinner in Me”
La storia comincia nel 2005.
Il 17 ottobre esce nel Regno Unito “Playing the Angel”, undicesimo album in studio dei Depeche Mode. “The Sinner in Me” è la quarta traccia del disco, scritta da Martin L. Gore e cantata da Dave Gahan.
È già una delle composizioni più oscure dell’album.
La canzone ruota intorno alla parte meno controllabile dell’essere umano: rabbia, debolezza, tentazione, incapacità di diventare quella versione ideale di noi stessi che vorremmo mostrare agli altri.
Musicalmente è cupa, pesante, quasi claustrofobica.
Eppure la sua origine era molto diversa.
Il produttore Ben Hillier, parlando delle sessioni di Playing the Angel, raccontò che la versione iniziale preparata da Martin Gore era stata profondamente modificata durante la produzione e che il demo aveva addirittura una sorta di impronta reggae.
Difficile immaginarlo ascoltando la versione definitiva.
Ma è un dettaglio curioso perché “The Sinner in Me” sembra essere stata, fin dall’inizio, una canzone particolarmente predisposta alla trasformazione.
E la trasformazione più radicale sarebbe arrivata poco dopo.
Quando Ricardo Villalobos incontra i Depeche Mode
A metà degli anni Duemila Ricardo Villalobos si trova in uno dei periodi artisticamente più importanti della sua carriera.
La minimal techno europea sta vivendo una stagione straordinaria. Berlino, Francoforte, Ibiza e numerosi club europei diventano il laboratorio di una musica costruita attraverso sottrazione, microvariazioni, percussioni e lunghissime progressioni.
Villalobos rappresenta forse meglio di chiunque altro questa filosofia.
Le sue tracce possono durare dieci, quindici o venti minuti. Una battuta apparentemente identica alla precedente cambia attraverso dettagli quasi impercettibili. Una percussione entra, scompare, ritorna. Il basso si trasforma lentamente.
Ma c’è anche un altro elemento nella storia.
Villalobos è da lungo tempo un grande appassionato dei Depeche Mode.
Diverse ricostruzioni biografiche ricordano quanto la band abbia fatto parte della sua formazione musicale negli anni Ottanta, molto prima che diventasse uno dei DJ più riconoscibili della scena elettronica internazionale.
Quando gli viene affidato “The Sinner in Me”, quindi, non sta semplicemente remixando un brano pop.
Sta mettendo le mani sulla musica di uno dei gruppi che hanno contribuito alla sua educazione musicale.
Nasce il “Conclave Remix”
Villalobos prende una canzone di meno di cinque minuti e la porta a 12 minuti e 59 secondi.
Ma chiamarlo semplicemente remix è quasi riduttivo.
L’impianto originale viene smontato.
Al suo posto compare un groove minimale costruito attraverso percussioni secche, basso, piccoli elementi ritmici e quella particolare pulsazione latina che attraversa buona parte della produzione di Villalobos.
E poi arriva Dave Gahan.
Ed è qui che accade qualcosa di sorprendente.
Villalobos avrebbe potuto trasformare radicalmente la voce, tagliarla in frammenti o utilizzarla semplicemente come materiale ritmico.
Invece la lascia largamente riconoscibile.
Pitchfork, anni dopo, avrebbe sottolineato proprio questo contrasto: il baritono di Gahan rimane quasi intatto mentre intorno a lui si muove l’universo ritmico instabile e minimale costruito da Villalobos.
È questo scontro tra due mondi a rendere il remix così particolare.
Da una parte c’è una vera canzone, con una voce enorme e una forte componente emotiva.
Dall’altra c’è una struttura da club nella quale il tempo sembra dilatarsi.
Non sembra che Villalobos abbia trasformato i Depeche Mode in una traccia techno.
Sembra piuttosto che abbia costruito un nuovo spazio nel quale far vivere la voce dei Depeche Mode.
Il remix che i DJ avevano prima del pubblico
Ed eccoci nella parte che ha contribuito maggiormente alla leggenda.
Il remix comincia a circolare nella scena dei DJ già nel 2006.
Le testimonianze dell’epoca raccontano di copie su CD-R e versioni ascoltate all’interno dei set di Villalobos mesi prima che il brano comparisse su un supporto ufficiale. In una discussione online del giugno 2006, per esempio, alcuni appassionati ricordavano di averlo già riconosciuto in un set del DJ registrato a febbraio.
Era il funzionamento della club culture prima dell’onnipresenza dello streaming.
Sentivi una traccia durante un DJ set.
Non sapevi necessariamente cosa fosse.
Qualcuno riusciva ad averne una copia.
Qualcun altro registrava il set.
Il file cominciava a circolare.
E il pezzo diventava famoso ancora prima di essere acquistabile.
“The Sinner in Me” attraversò esattamente questo percorso.
Ma allora il remix è stato pubblicato oppure no?
Qui nasce l’equivoco che ancora oggi accompagna la traccia.
Sì, tecnicamente è stato pubblicato.
Nel 2006 Mute realizzò un CD promozionale legato a The Best of Depeche Mode Volume 1, identificato dal catalogo PLCDBONG39.
All’interno c’erano otto remix.
Tra questi figuravano Boys Noize, Digitalism, Underground Resistance, Oliver Huntemann & Stephan Bodzin, Heartthrob e Timo Maas.
La settima traccia era:
Depeche Mode – The Sinner In Me (Ricardo Villalobos Conclave Remix) – 12:59.
Ma gli archivi ufficiali dei Depeche Mode specificano qualcosa di fondamentale:
era una pubblicazione promozionale e non era destinata alla vendita.
Ed ecco perché definirla semplicemente “inedita” è tecnicamente sbagliato, mentre chiamarla “remix fantasma” probabilmente descrive molto meglio ciò che accadde.
Esisteva.
Era ufficiale.
Aveva persino un numero di catalogo.
Ma il pubblico normale non poteva entrare in un negozio e comprarla.
Il misterioso vinile di “The Sinner in Me”
A rendere la storia ancora più affascinante contribuirono alcune copie in vinile.
Nel circuito dei DJ comparvero dei 12 pollici monofaccia contenenti il remix di Villalobos. Alcuni negozi specializzati dell’epoca li descrivevano come promo estremamente limitati e già molto ricercati, senza neppure avere certezza che sarebbe successivamente arrivata una pubblicazione ufficiale commerciale.
E così il disco acquisì rapidamente tutti gli ingredienti necessari alla nascita di un culto.
Poche copie.
DJ importanti che lo suonavano.
Nessuna distribuzione normale.
File che circolavano in rete.
Collezionisti che cercavano il supporto fisico.
E soprattutto una traccia straordinariamente riconoscibile.
Quando tredici minuti diventano un inno da club
Una testimonianza dell’epoca racconta cosa succedeva quando il remix veniva suonato al DC10 di Ibiza.
Nel descrivere quel momento, la giornalista Cila Warncke ricordò come l’ingresso della voce di Gahan avesse provocato una reazione insolita sulla terrazza del club: in mezzo alla frenesia del dancefloor, improvvisamente la musica aveva creato un momento quasi introspettivo.
Ed è forse questa la migliore spiegazione del successo del remix.
Perché “The Sinner in Me” non funziona soltanto come traccia da ballare.
Contiene ancora l’anima della canzone originale.
Quando Gahan entra nel mix, tutto ciò che Villalobos ha costruito nei minuti precedenti assume improvvisamente un significato diverso.
Non arriva un semplice vocal.
Arriva una canzone dei Depeche Mode.
Anche la critica capì immediatamente che c’era qualcosa di speciale
Il remix non diventò soltanto un oggetto di culto tra DJ e clubber.
Nel 2006 Philip Sherburne lo inserì nella propria selezione delle migliori tracce dell’anno pubblicata da Pitchfork.
Dieci anni più tardi lo stesso sito sarebbe tornato sulla traccia includendola in una selezione dedicata ai remix più significativi di Villalobos.
La cosa interessante è che, osservato con gli occhi di oggi, l’accoppiamento tra una grande band internazionale e un produttore proveniente dalla scena underground potrebbe sembrare quasi normale.
Nel 2006 lo era molto meno.
La musica elettronica contemporanea era ancora più segmentata.
Il pop da una parte.
La minimal techno dall’altra.
Villalobos riuscì invece a far convivere i due linguaggi senza realmente sacrificare nessuno dei due.
E poi il remix scomparve
Questa è forse la parte più curiosa.
Nel 2011 i Depeche Mode pubblicarono “Remixes 2: 81–11”, una gigantesca celebrazione della cultura del remix che aveva sempre accompagnato il gruppo.
C’erano reinterpretazioni di artisti e produttori provenienti da epoche completamente differenti.
Anche “The Sinner in Me” tornò nella raccolta, attraverso un remix dei SixToes distribuito in alcune edizioni e piattaforme.
Ma il Conclave Remix di Villalobos non entrò nella normale tracklist commerciale.
Il remix più leggendario della canzone rimase così nella stessa condizione che lo aveva reso famoso.
Presente.
Conosciuto.
Suonato.
Ma sostanzialmente assente dal catalogo commerciale.
Forse era destino che rimanesse così
Con lo streaming abbiamo perso una parte particolare del rapporto con la musica.
Oggi una canzone esce e, pochi secondi dopo, è disponibile contemporaneamente a milioni di persone.
Nel mondo dei club degli anni Novanta e Duemila poteva accadere esattamente il contrario.
Una traccia poteva diventare famosa proprio perché non era disponibile.
Dovevi andare nel club giusto.
Ascoltare il DJ giusto.
Conoscere qualcuno che avesse il promo.
Trovare la registrazione di un set.
Aspettare che qualcuno identificasse quella canzone misteriosa.
“The Sinner in Me (Ricardo Villalobos Conclave Remix)” appartiene profondamente a quell’epoca.
E probabilmente una parte del suo fascino deriva proprio da questo.
Depeche Mode e Villalobos: due modi diversi di intendere la musica elettronica
Esiste infine qualcosa di simbolico in questi tredici minuti.
I Depeche Mode appartengono alla generazione che ha dimostrato come sintetizzatori, drum machine e campionatori potessero diventare strumenti della grande musica pop.
Villalobos appartiene invece alla cultura del club che ha preso quelle tecnologie e le ha spinte nella direzione opposta: meno struttura tradizionale, meno ritornelli, maggiore ripetizione e soprattutto una concezione quasi ipnotica del tempo.
“The Sinner in Me” mette insieme queste due idee.
Martin Gore scrive la canzone.
Dave Gahan le dà una voce.
Ricardo Villalobos dissolve il tempo intorno ad essa.
Ed è forse questo il vero motivo per cui il remix continua a funzionare.
Non è semplicemente una versione dance dei Depeche Mode.
È l’incontro tra due diverse storie della musica elettronica.
Un disco fantasma diventato immortale
Sono passati vent’anni dal 2006.
La tecnologia con cui scopriamo musica è cambiata completamente, così come il modo di distribuire un remix.
Eppure “The Sinner in Me (Ricardo Villalobos Conclave Remix)” continua a circolare, essere riscoperto e comparire nelle discussioni dedicate alle migliori produzioni di Villalobos.
È un paradosso meraviglioso.
Una traccia che non ha mai avuto una normale pubblicazione commerciale è sopravvissuta per due decenni.
Forse proprio perché nessuno ha mai potuto consumarla completamente.
È rimasta un oggetto da cercare, una registrazione da riconoscere, un ricordo di una notte in un club o uno di quei link che un appassionato manda a un altro dicendo semplicemente:
“Devi sentire questa versione.”
E dopo quasi tredici minuti, normalmente, non serve aggiungere altro.


