3 Novembre 2026 19:19
VISIONEDIGITALE / STORIE03.11.2026

The Greatest, intervista a Ben Watkins, Jaalen Best e Giovanni Ribisi

The Greatest, intervista a Ben Watkins, Jaalen Best e Giovanni Ribisi

The Greatest, intervista a Ben Watkins, Jaalen Best e Giovanni Ribisi

The Greatest arriva su Prime Video mercoledì 4 novembre 2026 con tutti gli otto episodi della prima stagione. La serie racconta la vita di Muhammad Ali, uno dei più grandi campioni nella storia della boxe, ma anche un’icona culturale e un attivista che ha lasciato un segno profondo nella società. Prima di diventare il pugile conosciuto in tutto il mondo, però, Ali era Cassius Clay: un ragazzo di 18 anni con il sogno di diventare qualcuno, ancora lontano dall’immaginare il percorso che lo avrebbe portato a entrare nella storia.

Creata da Ben Watkins, che ricopre anche il ruolo di showrunner e produttore esecutivo, la serie è la prima produzione televisiva sceneggiata autorizzata dedicata alla vita del campione, realizzata con il coinvolgimento della moglie Lonnie Ali. A interpretare il protagonista è Jaalen Best, al suo primo ruolo da protagonista, mentre Giovanni Ribisi veste i panni di Angelo Dundee, storico allenatore e figura fondamentale nella carriera di Ali.

Abbiamo incontrato Ben Watkins, Jaalen Best e Giovanni Ribisi per parlare della costruzione di questo racconto, delle sfide legate a interpretare e raccontare una figura così conosciuta e della scelta di andare oltre le imprese sportive per esplorare l’uomo dietro la leggenda.

The Greatest, Intervista A Ben Watkins, Jaalen Best E Giovanni Ribisi

Giovanni Ribisi: “Tutto parte dalle persone con cui lavori”

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Parlando del proprio approccio al lavoro, Giovanni Ribisi ha sottolineato quanto il risultato di una performance dipenda anche dalle persone che contribuiscono alla realizzazione di un progetto.

“Innanzitutto, non voglio fare una figuraccia”, ha raccontato con ironia, spiegando che il suo approccio iniziale consiste nel mettersi subito al lavoro sul personaggio. Tuttavia, per lui, il lavoro di un attore non può essere considerato separatamente dal contesto in cui prende forma: “Credo che tutto dipenda dalle persone con cui lavori e dall’ambiente che ti circonda. Naturalmente, anche la scrittura ha un ruolo fondamentale. In televisione, poi, c’è lo showrunner: ogni elemento contribuisce al risultato finale”.

Un discorso che assume un significato particolare in The Greatest, soprattutto considerando il rapporto tra Angelo Dundee e Muhammad Ali. Ribisi ha voluto infatti sottolineare quanto la sua interpretazione fosse inevitabilmente legata al lavoro del collega Jaalen Best: “La serie parla di Muhammad Ali, ma il personaggio di Angelo Dundee non sarebbe nulla senza Muhammad Ali. Jaalen è stato estremamente generoso e completamente coinvolto nel suo lavoro. Gli ho portato un enorme rispetto. Penso che Muhammad Ali sarebbe stato orgoglioso di lui”.

The Greatest Credit Brooke Palmer:Prime Amazon Content Services Llc Jaalen Best

Jaalen Best: “Interpretare Ali è stato come fare terapia”

Per Jaalen Best, interpretare Cassius Clay ha rappresentato il primo grande ruolo da protagonista e un’esperienza particolarmente intensa anche sul piano personale. All’inizio delle riprese, il collega Omari Hardwick gli aveva anticipato che, arrivato alla fine di quel viaggio, sarebbe stato quasi come aver fatto un percorso di terapia. Una previsione che l’attore riconosce essere stata piuttosto accurata.

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“Ci sono state tante sfide lungo il percorso. Ho dovuto mettere in discussione molte cose, chiedermi se determinate scelte avessero davvero senso e cercare continuamente le risposte. Diverse persone intorno a me, però, mi hanno incoraggiato ad affidarmi al mio mondo interiore, alle mie esperienze e alle reazioni spontanee di un ragazzo giovane che sta attraversando un cambiamento così importante nella propria vita”.

Per costruire il personaggio, Best ha trovato un punto di riferimento soprattutto nel rapporto tra Cassius e sua madre. Un legame particolarmente speciale nella vita del pugile, che l’attore è riuscito a comprendere anche attraverso la propria esperienza familiare.

“Il rapporto che aveva con sua madre era davvero speciale, proprio come quello che ho io con la mia. Ho potuto attingere molto a queste esperienze personali per dare vita a qualcosa di autentico. Conoscendo così bene l’uomo che stavamo raccontando, ho cercato di utilizzare ciò che avevo vissuto per avvicinarmi il più possibile a lui. Questo mi ha permesso di immergermi davvero nel personaggio”.

Ma chi era Cassius Clay al di là del pugilato? Secondo Best, Ali ha combattuto per tutta la vita anche per affermare la propria identità e capire quale significato volesse dare alla sua esistenza. “Credo che, in una certa misura, stesse combattendo innanzitutto per se stesso, per capire chi fosse davvero e cosa volesse rappresentare per il mondo, sia in quel momento sia dopo la sua morte. È un percorso che lo ha portato a battersi per le cause in cui credeva profondamente: il suo popolo, la sua famiglia, l’uguaglianza e la possibilità di unire le persone”.

L’attore ha ricordato anche il percorso che portò Ali a comprendere il significato dei suoi successi sportivi, a partire dalla medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi. “È stato un processo bellissimo: interrogarsi, cercare di capire cosa significasse davvero per lui vincere una medaglia d’oro e rendersi conto, successivamente, di ciò che quella medaglia non rappresentava. Muhammad Ali è stato un eroe straordinario”.

Giovanni Ribisi e il rapporto tra Angelo Dundee e Muhammad Ali

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In The Greatest, il rapporto tra Cassius Clay e Angelo Dundee va oltre il semplice legame professionale tra un pugile e il suo allenatore. Ribisi ha raccontato come il loro incontro sia stato determinante per entrambi e come Dundee sia rimasto subito colpito dalle qualità del giovane Cassius.

“Credo che il loro rapporto si sia evoluto nel tempo. Quando Angelo lo vide per la prima volta, forse non era nemmeno pienamente consapevole di come il resto del mondo percepisse Cassius. Ma ne rimase immediatamente colpito: fu come una scarica elettrica. Da una parte c’era la sua ossessione per la boxe, dall’altra il fatto che non avesse mai visto niente di simile prima”.

Una delle qualità più importanti di Dundee era la capacità di capire come rapportarsi a ciascun pugile, riconoscendone punti di forza e fragilità. “Sapeva riconoscere la persona dietro il pugile. Capiva come parlare con loro, individuava le loro debolezze e i loro punti di forza. Credo che fosse proprio questo a renderlo così bravo nel suo lavoro”.

Ribisi ha ricordato anche il modo diretto con cui l’allenatore comunicava con i suoi atleti, soprattutto nei momenti decisivi di un incontro. “A volte gli diceva semplicemente: ‘Stai perdendo’. Poi lo incoraggiava a uscire e a dimostrare quello che sapeva fare, ricordandogli che era arrivato l’ultimo round e che doveva dare il massimo. Era capace di cambiare l’andamento di un incontro, di trasformare il modo in cui un pugile affrontava il combattimento”. Il loro legame, inoltre, non si esaurì con la carriera sportiva di Ali. Non a caso, Dundee continuò a riferirsi a lui chiamandolo affettuosamente “my kid”, il mio ragazzo.

Ben Watkins: “Volevamo mostrare l’uomo dietro la leggenda”

Raccontare Muhammad Ali significa confrontarsi con una figura sulla quale sono stati realizzati documentari, film, interviste e innumerevoli contenuti dedicati ai suoi incontri più celebri. Per Ben Watkins, showrunner e produttore esecutivo di The Greatest, la sfida principale è stata proprio trovare un punto di vista nuovo, capace di offrire qualcosa di diverso rispetto a quanto il pubblico già conosce.

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“Quando lavori a un progetto dedicato a una persona così famosa e conosciuta come Muhammad Ali, devi chiederti cosa puoi raccontare di nuovo. Esistono già tantissimi documentari, film, video su YouTube dedicati ai suoi combattimenti, persino cartoni animati. È una vera sfida capire come proporre qualcosa di fresco”.

Per orientare il lavoro degli sceneggiatori, Watkins ha stabilito una regola precisa all’interno della writers’ room: evitare di riproporre situazioni e momenti già raccontati in altri film o documentari. Una linea guida che, come lui stesso ammette, è stata applicata con una certa flessibilità, considerando l’importanza di includere anche alcuni degli incontri e degli eventi più significativi della carriera del campione.

“La regola che ci eravamo dati era questa: se un momento era già stato raccontato in un film o in un documentario, non sarebbe stato presente nella nostra serie. Naturalmente è un’esagerazione, perché dovevamo comunque mostrare alcuni dei combattimenti più importanti e i momenti fondamentali della sua carriera. Ma questa regola rappresenta bene ciò a cui aspiravamo”.

L’obiettivo era avvicinare il pubblico alla dimensione più intima di Cassius Clay, mostrando anche gli aspetti meno conosciuti della sua personalità e i rapporti con le persone che lo circondavano. “Volevamo aprire una porta su un lato più intimo di Cassius Clay, poi conosciuto come Muhammad Ali. Raccontare la sua vita e i rapporti con le persone che gli stavano intorno, mostrando anche i suoi difetti, le sue difficoltà e le sue paure. Ma anche tutti quegli elementi che, messi insieme, un giorno lo avrebbero reso il più grande di sempre”.

La serie torna così agli inizi del suo percorso, quando Cassius aveva appena 18 anni e il futuro campione era ancora tutto da scoprire. “Quando pronuncio il nome Muhammad Ali, probabilmente pensate subito a lui nel momento di massimo splendore. Noi, invece, abbiamo scelto di presentarvi Cassius Clay a 18 anni. Non sa ancora cosa farà nella vita, ma sa di voler diventare qualcuno di straordinario”.

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È proprio da qui che parte The Greatest: dalla storia di un ragazzo che non conosce ancora il proprio destino, ma che ha già dentro di sé la determinazione necessaria per provare a cambiare il mondo.

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